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Felicità e politica, Economia e Bene comune

The Thames from Richmond - William Turner

The Thames from Richmond – William Turner

Nell’ambito del ciclo annuale di incontri curato dal Centro studi la permanenza del classico, è stato particolarmente interessante il discorso del prof. Massimo Cacciari sul rapporto tra due concetti apparentemente inconciliabili: felicità e politica.

Partendo dalla riflessione filosofica che ruota da millenni intorno all’affermazione di Seneca “tutti desiderano una vita felice” (De vita beata), ci si è interrogati sul legame tra bene comune e bene individuale e sull’esistenza di una dimensione pubblica, comunitaria, politica della felicità.

Tis aristos bios? Qual è la vita migliore, la più felice?

I filosofi ci invitano a riflettere sulla vacuità di una felicità privata nell’habitus sociale: la felicità intesa come bene supremo, come bene comune, diventa difficile da raggiungere se c’è anche un solo essere umano insoddisfatto.

Aristotele declina il tema della felicità come obiettivo naturale della politica (Etica Nicomachea) e lo fa partendo dall’architettura della società.

La felicità è un bene ed il bene è l’obiettivo a cui ogni attività tende, a partire dalle professioni o dalle scienze.

L’obiettivo della medicina è la salute, degli armatori é una nave, dei generali è la vittoria, della finanza è il capitale.

A capo delle professioni ci sono le specialità degli architetti che mirano ad obiettivi moralmente superiori, che si perseguono per gli altri, perché il desiderio del singolo ad infinitum sarebbe misero e sciocco.

L’obiettivo moralmente superiore è il BENE SUPREMO e l’architetto massimo di tale bene è la politica, perché ad essa sono subordinate le arti e le professioni: l’economia, l’arte della guerra, la salute…

Il bene del singolo ed il bene comune possono anche coincidere ma il primo diventa più prezioso se si concilia con il bene di un popolo, di una intera società.

Questo bene comune e supremo, secondo Aristotele, può essere denominato Felicità.

La buona politica è l’architettura di quella società, abitata da buoni cittadini, che tende alla felicità come bene supremo.

É il tratto di un’idea di felicità assolutamente laica, perché caratterizzata dall’uomo e non dal divino.

Cacciari ci pone una domanda per riflettere sulla materia della felicità:

A noi andrebbe bene una felicità ultraterrena, che sia luce? Quiete? Oppure deve assumere in se anche la potenza dell’azione ?

Il benessere è sufficiente ? La comunità può essere basata solo sul benessere ? O bisogna trascendere ? É una “Avara speranza”, parafrasando Montale?

Dalla riflessione ne consegue che noi vogliamo essere felici in Terra, la nostra felicità è nell’azione e nella potenza dell’azione.

La felicità è nel cammino di iniziazione:

Il sapere che è potere

Il sapere che è architettura politica

Il sapere che è idea da realizzare.

La felicità non è la beatitudine dell’anima alla fine della vita terrena ma la “beatitudo” che vive nell’essere ricercata.

La beatitudine è evidenza.

La formazione dello Stato moderno nasce dalla capacità di far crescere l’intelletto delle nuove potenze europee occidentali.

L’intelletto agente il “nous politikos”: tutti possono diventare forti, godere e diventare beati all’interno di questa architettura …

Così “sofos” è anche il lavoratore che è felice della sua opera, del suo contributo alla felicità collettiva, beato perché è, perché esiste ora e non dopo.

Beato è chi non dipende, chi è libero!

Il bene comune è la Beatitudine di tutti !

Facendo un salto temporale millenario, quella del bene comune è anche un pò la parabola di Keynes che in una lettera preannunciando la sua teoria economica, descrive l’idea di una politica mescolandosi ai sentimenti ed alle passioni diviene motore di cambiamento.

L’economia deve generare benessere per la società, non può essere la somma di interessi individuali, come ipotizzato da Smith, deve impegnare la ragione e la morale al servizio della collettività (ndr).

L’incontro filosofico si conclude con la citazione del “Sogno di Scipione” di Cicerone nel quale il grande stratega viene esortato ad esercitare il suo spirito, la sua anima, verso il più nobile dei pensieri: la salvaguardia dello Stato.

È questo il Paradiso dell’uomo politico e dell’homo oeconomicus.