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Festival del Diritto. La nobiltà della politica

di Maria C. Fogliaro

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Si è conclusa ieri la nona edizione del Festival del Diritto (Piacenza, 23 − 25 settembre), quest’anno incentrato sul tema Dignità. Fra le numerose lezioni – tenute da Gustavo Zagrebelsky, Geminello Preterossi, Remo Bodei, Zygmunt Bauman, Susanna Camusso, insieme a tanti altri -, quella dedicata alla Nobiltà della politica ha attratto l’attenzione del pubblico per aver affrontato un tema che – in un Paese nel quale il disprezzo non solo per la classe politica, ma per la politica in generale ha raggiunto livelli preoccupanti – può sembrare provocatorio.

«La politica può essere nobile se e quando si occupa della promozione della dignità della persona»: è, questa, la tesi di fondo che ha orientato la lezione − dal titolo La nobiltà della politica − che Carlo Galli ha tenuto al festival il 24 settembre. Un’idea − quella della nobiltà della politica − che, secondo Galli, poco ha a che fare con il sogno e con l’utopia; molto, invece, con il realismo politico e con il contenuto − implicito ed esplicito − della nostra vigente Costituzione.

Si tratta però di chiudere con le diffuse posizioni antipolitiche e qualunquiste − che riducono la politica a una dimensione di degrado e corruzione permanente −, e iniziare a immaginare un discorso nuovo, che faccia leva su un’idea «alta» della politica, che abbia come fine la realizzazione degli obiettivi umanistici di una democrazia piena, incarnata e non astratta, così come previsto dall’articolo 3 della Carta costituzionale.

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Per far questo il filosofo parte, innanzitutto, dalla critica rivolta tanto all’idea che la politica sia un’attività che inerisce solo alle élites nobili, quanto alla moderna teoria delle élites, se − a dispetto dei suoi indiscutibili meriti − semplicemente assunta nel suo significato più ristretto del comando, attraverso le più svariate «formule politiche», dei «pochi» organizzati sui «molti» disorganizzati. Lo stesso vale per la tendenza contemporanea alla «iperpoliticizzazione muscolare e plebiscitaria della politica» (che ha nella rappresentazione del conflitto elettorale, con il leader che eccita le passioni delle folle, la sua massima espressione), e soprattutto per l’idea, oggi dominante, che «la politica sia un esercizio sofisticato di tecnica amministrativa» appannaggio di pochi sapienti.

Inoltre, anche la visione − sia pure alta e nobile − del pensiero negativo (Nietzsche, Weber, Schmitt), che intende la politica come esperienza tragica, in quanto sforzo vano, e tuttavia necessario, di confronto dell’uomo con l’invincibile durezza mondo, non può essere − secondo Galli − interamente accolta per la sua impronta intrinsecamente aristocratica.

La sfida è complessa, e si sostanzia nella necessità di pensare alla politica come a una dimensione alta e nobile, ma al contempo democratica, dell’agire umano. Una politica che abbia a che fare «con il sapere, con il potere, col Bene», e che contemporaneamente si nutra della «grandiosa idea di uguaglianza morale dell’umanità». Insomma, un’idea di politica che contemperi la visione classica di Platone, con i suoi filosofi governanti, e la rivoluzione dell’uguaglianza delle persone, operata dal cristianesimo e proseguita nella modernità.

Che è poi la tesi che sta alla base della nostra Carta costituzionale, che ha nel lavoro e nel principio democratico che a esso inerisce uno dei pilastri della sua legittimità. Così come stabilito nell’articolo 1, nel quale «fondata sul lavoro» significa, in negativo, che la Repubblica non è fondata sul censo, sulla nascita, sul capitale, su una religione o su una razza; mentre, in positivo, implica la vitalità concreta del principio democratico, cioè dell’uguaglianza e della pari dignità di tutte le persone nel lavoro e grazie al lavoro. Si tratta quindi di pensare che la vita politica è costituita da esseri umani tenuti insieme dal lavoro, il quale non è semplicemente un fatto privato, un’attività volta al soddisfacimento dei bisogni individuali, ma rappresenta il legame sociale, e quindi politico, alla base del nostro vivere civile. E che è attraverso il lavoro che la persona prende coscienza della propria dignità, del proprio valore assoluto.

Quindi, all’origine della nobiltà della politica declinata in senso democratico vi è un’alta idea di uomo, che è sottratta alla visione utilitaristica delle relazioni umane. L’uomo non ha il valore che gli viene attribuito dalla società − come nello stato di natura hobbesiano −. Non esiste cioè un prezzo della persona determinato solo dalla sua capacità di lavoro: al contrario, la persona − che ha valore in sé − attraverso il lavoro dimostra «la sua essenza umana». In una tale visione, i concetti di persona e di lavoro sono di fatto indistinguibili. Si tratta, in pratica, dell’affermazione della pari dignità di ciascuna persona e del diritto che ogni essere umano ha alla libera fioritura della propria personalità − così come affermato nell’articolo 3 della Costituzione − alla base della quale c’è l’idea della incondizionatezza dell’umanità, ovvero del valore infinito della persona umana, che sprigiona dalla fatica e dai condizionamenti del lavoro.

«Tenere in vita questo sapere del “condizionato” e, al tempo stesso, dell’“incondizionato” − ha affermato Galli − è la nobiltà della politica». Se, invece, si rinuncia a credere nella nobiltà degli esseri umani, allora si rifiuta anche «la nobiltà della politica intesa come affermazione del valore incondizionato della dignità di ciascuno». È, questa, un’idea indispensabile per una vita democratica concreta e piena. Se sarà perduta, la democrazia stessa ne uscirà snaturata. L’antipolitica come critica della cattiva politica è quindi giustificata; ma il disprezzo della politica in generale è in realtà disprezzo degli stessi cittadini. Quindi, un errore fatale.