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Esodanza verso restanza.

 

esodanza

 

 

 

 

 

Esodanza  è di mia fantasia non esiste nel vocabolario, nasce dall’unione della parola esodo con quello di migranza. Con tale termine intendo rappresentare i flussi di persone da un luogo ad un altro legati unicamente al desiderio di viaggiare per piacere, alla ricerca dell’esotico, in parte alimentato dai mass media e dall’industria turistica del low cost. Niente a che vedere con le  migrazioni motivate da problemi economici e di sicurezza personale. 

Un termine invece riconosciuto di recente dal vocabolario Treccani e teorizzato dall’antropologo Vittorio Teti (Pietre di pane Quodlibet) piuttosto che dallo scrittore Roberto Alajmo (Palermo è una Cipolla per Laterza) è quello di restanza. Definibile come il desiderio, la condizione, il sacrificio di chi vuole rimanere legato alle radici. Di chi sta dov’è. Il desiderio di ciò che è vicino.

Il desiderio del lontano invece ha assunto connotati esponenziali con una impronta ecologica non più sostenibile sul piano ambientale (secondo dati Eurostat 2016 nell’UE-28 è stata registrata una media di 1,9 passeggeri aerei per abitante). Da non trascurare l’impatto che produce sui luoghi, in particolare sulle città d’arte.  Al riguardo alcuni attenti osservatori (Gaetano Scognamiglio XV edizione di LuBeC, Lucca Beni Culturali ottobre 2019) parlano di urbanicidio, ovvero il pericolo reale che le città vedano compromessa la propria “anima nel nome del turismo di massa, dell’omologazione del tessuto commerciale con lo strapotere dei marchi internazionali, con la fine delle botteghe artigiane e della gastronomia locale, soprattutto con la fuga dei residenti”. 

In realtà tutte le città stanno diventando uguali, i “centri i commerciali naturali “sono preda delle società di franchising che hanno determinato una condizione di espulsione degli esercizi individuali per gli alti costi di gestione tra cui la lievitazione dei canoni di affitto dei fondi commerciali che premiano unicamente i proprietari “rentier”. 

La concentrazione del mercato nelle mani di catene commerciali multinazionali omogenizza l’offerta e impoverisce il tessuto socio-economico. Si tratta di società che raramente reinvestono sul territorio e che attraverso escamotages societari fanno affluire gli introiti nei paradisi fiscali. 

Ma il pericolo peggiore è quello della tenuta della attrattività turistica dei luoghi.

La politica del “laisser faire”  attuata dalle amministrazioni pubbliche di lasciare il mercato libero di perseguire i propri obiettivi di  massimizzazione degli afflussi turistici compromette  il carattere unico e speciale di un territorio urbano. L’interesse  turistico per  un luogo dipende da quanto viene difeso e salvaguardato il Genius Loci dello stesso.

Siena è una delle tante città a rischio implosione turistica. Come diceva la scrittrice Jan Morris più di venti anni fa, riferendosi all’effetto del turismo,  l’effetto è quello di “declino della realtà”. 

Il moltiplicarsi di negozi che offrono prodotti  standardizzati nelle vie direttrici dei flussi turistici insieme all’esodo dei residenti ha inciso pesantemente sulla natura della città e sulla qualità dell’afflusso turistico.

Sorge spontanea la domanda: l’attenzione posta sul “piano del colore” del centro storico perché non è del pari rivolta alla valutazione di  merito dell’utilità relativa degli esercizi commerciali in un’ottica di sostenibilità sistemica. Il proliferare di una offerta di consumo veloce e voluttuario non è certo rivolto alla rarefatta popolazione locale. 

Faccio  il caso di un noto e storico negozio del centro che ha chiuso i battenti in favore di  un profittevole canone di affitto offerto da una delle tante catene commerciali. Lo stesso impianto del negozio risponde ad una mera esigenza di marketing: abbagliante/accattivante per luci e pseudo-vitalità l’affaccio sulla via principale spento e dimenticato l’affaccio sulla via secondaria dove non passano i turisti.

A mio avviso i pericoli insiti nell’urbanicidio ci impongono di riconsiderare i nostri modelli di vita in un’ottica di difesa e valorizzazione dell’ambiente e del territorio. Quando non è strettamente necessario, basterebbe riconsiderare l’ipotesi di restare per tornare a vivere e abitare i centri delle città. Restare per mettere in custodia e dare nuova vita ai luoghi di appartenenza per noi che li viviamo e per coloro che vengono da fuori per visitarli.

Siena vive una condizione dicotomica tra un centro città riservato al turismo, scarsamente vissuto durante l’anno dai pochi senesi che a malapena riescono a farsi largo tra i gruppi turistici, e il pendolarismo  di coloro che vivono nelle periferie e che accedono alla città in rare occasioni eventualmente per  le frequentazioni di contrada.  

Il Palio e la vita di contrada restano indubbiamente un elemento di valore che rende la nostra città unica nel panorama internazionale. Tuttavia se vogliamo mantenere il senso di questa importante tradizione occorre valorizzare il contenitore città. 

Oggi, che sembra impensabile il ritorno ad una vita di quartiere come ai tempi del pre- boom economico, si rende maggiormente necessario il ruolo che le istituzioni locali potrebbero svolgere nella rivitalizzazione del tessuto urbano non solo nella valorizzazione del patrimonio artistico ma anche di quello umano con la rinascita di botteghe e di attività artigianali. 

Le stesse contrade sono chiamate a svolgere un compito proattivo nella città. 

Storicamente lo statuto delle contrade prevede un forte collegamento con il territorio, come riporta ad esempio il primo articolo di uno statuto che riporto ad esempio: la Contrada è, per antico diritto, ENTE GIURIDICO TERRITORIALE con piena autonomia amministrativa e patrimoniale. Giuridicamente un ente territoriale ha tra i propri elementi costitutivi il territorio e l’autorità sulla generalità della popolazione compresa nella sua circoscrizione. Ovvero l’impegno cosciente di una collettività, in un certo stadio storico, per la conservazione e la valorizzazione di risorse e, in senso lato, l’organizzazione di attività tra loro più o meno differenziate e connesse.

C’è chi in ambito senese ha cominciato a capire che la contrada può rappresentare un elemento di sviluppo e di valorizzazione del Genius Loci in un’ottica di etica della restanza. Mi riferisco all’iniziativa intrapresa dalla contrada del Nicchio. La costituita onlus “Arte dei Vasai”  mira non solo a creare lavoro in una situazione di depressione economico sociale  della città ma anche a rilanciare la territorialità e le sue eccellenze rivitalizzando l’artigianato locale e puntando sulla formazione professionale ed aggregazione. Essa  trae fondamento intellettuale  dall’esperienza trecentesca delle Corporazioni delle arti e mestieri che nella fattispecie senese sostenevano il lavoro locale e la solidarietà dei partecipanti.

Per concludere l’etica della restanza implica scelte sistemiche propositive non solo restaurative o puramente resistenziali. Occorre mettere in atto politiche che consentano alle persone di tornare ad immaginare una vita in città fatta di relazioni economiche e sociali.  E il primo passo è la creazione di infrastrutture e servizi per chi sceglie di abitare la città. D’altronde il futuro stesso sembra indicarci che questa diventerà una scelta non rinviabile per la scarsità delle risorse fossili e la vulnerabilità dell’ambiente e aggiungo per fare una vita migliore.

Luciano Fiordoni

Ottobre 2019

 

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