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Presentata a Bologna la Fabbrica Italiana Contadina

di Maria C. Fogliaro

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Tenere insieme passato e futuro, coniugando tradizione agricola italiana, ricerca scientifica e innovazione tecnologica: è questa − stando a quanto è emerso il 12 dicembre a Bologna nell’aula magna di Santa Lucia, gremita per la presentazione ufficiale − la visione di fondo all’origine di FICO Eataly World, la Fabbrica Italiana Contadina, nata da un’idea di Andrea Segrè (presidente della Fondazione FICO e del CAAB, il Centro agro-alimentare di Bologna) e di Oscar Farinetti (fondatore di Eataly), e che − come ha dichiarato nel corso dell’incontro il sindaco Virginio Merola − aprirà l’anno prossimo, il 4 ottobre, data cara ai bolognesi per la festa di San Petronio.

Nei progetti degli ideatori, la «cittadella del cibo» − che sta sorgendo in un’area di 80 mila metri quadri all’interno del CAAB, con un ettaro e mezzo destinato ai campi e agli allevamenti − dovrà mettere insieme il meglio delle aziende agroalimentari del Paese per «far vedere − ha detto Segrè − che il cibo è un percorso: si parte da un campo e si arriva alla tavola», ed educare i visitatori alla sana alimentazione, al consumo consapevole, e all’importanza della produzione sostenibile. Ci saranno quaranta fabbriche di produzione dal vivo − che mostreranno come si trasformano le materie prime in prodotti finiti −, venticinque ristoranti, e mercati e botteghe per la vendita al dettaglio.

Insieme alla Fondazione FICO − costituita nel luglio scorso da CAAB, CoopFond, Enpav ed Enpam, alle quali si sono unite l’Università di Bologna, il Future Food Institute e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo − saranno parte fondamentale del progetto le attività didattiche per le scuole (che mirano a coinvolgere centomila studenti l’anno), gli stage formativi, i corsi di aggiornamento professionale, i laboratori per degustare i prodotti realizzati dal vivo dalle aziende, i percorsi multimediali per la conoscenza dei principali prodotti del Paese, e le aree temporanee per la promozione dei cibi di stagione.

«FICO − ha affermato Farinetti − è semplice da spiegare: è il più grande luogo al mondo dove celebrare la meraviglia della biodiversità agroalimentare italiana». Ma per rendere il luogo attrattivo − ha detto il patron di Eataly − «devi metterci del divertimento: io credo che il futuro dell’etica e del rispetto stia nel passaggio dal senso del dovere al senso del piacere».

Insomma, un progetto ambizioso che mira a richiamare nella città felsinea sei milioni di visitatori l’anno, e che − come è stato sottolineato più volte nel corso dell’incontro, che ha visto anche gli interventi di Francesco Ubertini (rettore dell’Università di Bologna), Simona Caselli (assessore all’Agricoltura della Regione Emilia-Romagna), Giovanni Bastianelli (direttore esecutivo Enit, Ente nazionale italiano per il turismo), Andrea Cornetti (direttore generale di Prelios SGR), Carlo Ratti (direttore del MIT Senseable City Lab di Boston), Alessandro Bonfiglioli (direttore generale del CAAB), Tiziana Primori (amministratore delegato di FICO Eataly World spa) − può rappresentare «una grande opportunità per l’Università e per la città di Bologna».

Secondo le stime fatte dai suoi promotori, FICO potrebbe avere un impatto importante sull’occupazione (con la creazione di tremila posti di lavoro nell’indotto e di settecento all’interno del parco) e sul turismo (sei milioni i visitatori previsti). Certamente non è sfuggito che un progetto di tale portata ha bisogno di infrastrutture adeguate, come ha notato Romano Prodi intervenendo dal pubblico − sollecitato dal presentatore Patrizio Roversi − per complimentarsi con i fautori di un’iniziativa che ha fra i suoi obiettivi la diffusione della conoscenza dell’origine dei prodotti del nostro Paese.

Un progetto che può, comunque sia, avere un impatto positivo non solo in Emilia-Romagna − terra tradizionalmente legata all’agricoltura di qualità −, ma nell’intero Paese, se si fa attenzione a esaltare le singole specificità regionali, formate dalla nostra millenaria civiltà, dal nostro lavoro, dalla nostra immaginazione creativa. Un patrimonio storico e culturale che Bologna si candida a valorizzare pienamente.

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