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Bobbio: “Destra e Sinistra”

nbobbio_iQuella in mio possesso è la quarta ristampa e  reca la data del 14 marzo 2004, editore Donzelli, poco meno di un centinaio di pagine con la prefazione dell’autore medesimo: Norberto Bobbio, il Filosofo.

Un pensatore laico e liberale, nell’eccezione autentica del termine, che affronta la diade del pensiero politico post  contemporaneo e si chiede, con la lucidità del pensiero e la semplicità del linguaggio, riconosciuta a Bobbio, soprattutto  dai suoi studenti, se Destra e Sinistra esistano ancora e se hanno ancora un significato e quale sia questo significato.

Strana fortuna quella dei due termini “destra” e “sinistra” che vengono direttamente dalla Rivoluzione francese e che si riferiscono a una banalissima metafora spaziale: nel maggio 1789,  convocati gli Stati generali dal Re di Francia, all’interno dell’emiciclo, i rappresentanti  dei  tre ordini allora istituiti, clero, nobiltà e terzo Stato, presero posto  a destra del Presidente se conservatori, a sinistra se radicali.

Dalla Francia la distinzione politica “Destra-Sinistra” si è estesa rapidamente a tutta l’Europa e, oltre alla metafora spaziale, ha assunto  quella  temporale che ha permesso di distinguere gli innovatori dai conservatori, i progressisti dai tradizionalisti; nel corso del Novecento, con  sinistra si sono comprese posizioni ideologiche come progressismo, socialdemocrazia, socialismo, comunismo.

Pur nelle varianti temporali, come sopra indicate, Destra e Sinistra esistono ancora? E se ancora esistono hanno tutto il loro significato, quello che istintivamente ognuno di noi attribuisce? Oppure hanno perso definitivamente il loro significato?

Bobbio affronta lucidamente il problema, attraverso l’essenza stessa più intima della distinzione: essa consiste nel diverso atteggiamento che le due parti, il popolo di destra e il popolo di sinistra, sistematicamente mostrano nei confronti dell’idea di uguaglianza. Naturalmente, i concetti di uguaglianza e disuguaglianza sono concetti relativi: né la sinistra pensa che tutti gli uomini siano uguali, né la destra pensa che essi siano tutti disuguali.

In sintesi, coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella loro condotta morale e nella loro iniziativa politica,  a ciò che rende gli uomini uguali, o ai modi di attenuare o ridurre i fattori di disuguaglianza, mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le disuguaglianze siano un dato ineliminabile e che in fin dei conti  non se ne debba neanche auspicare la soppressione.

Nel 2014, Renzi scrive la prefazione all’edizione celebrativa dei vent’anni. Si preoccupa il neo Presidente del Consiglio di cogliere il senso dell’argomentare del pensiero di Bobbio, comprende che  il filosofo ha ben chiaro quale sia il progetto generale in cui il vivere umano si muove ma, tuttavia, perde il filo  quando scrive: “….Oggi quei blocchi sociali non esistono più ed è un bene che sia così!…. la sinistra cara a Bobbio, quella socialdemocratica e anticomunista, ha insomma vinto la sua partita. Ma oggi ne stiamo giocando un’altra ….”

Quale altra partita? Forse quella che si legge dalla sua e-news di ieri 11 novembre? “Essere di sinistra, e ancora prima essere per la giustizia sociale e per l’uguaglianza, significa lottare contro il precariato. Negli ultimi vent’anni solo due leggi hanno ridotto il precariato: il Jobs act e la Buona Scuola”. E ancora: “Credo che essere di sinistra non sia fare i convegni o organizzare piccoli partiti che non vinceranno mai”.

Non mi sono sentita  una vincitrice quando il Parlamento ha approvato il Jobs Act né “La Buona scuola”: al contrario, ho provato il fastidio di aver perso  l’occasione che aspettavo da più di vent’anni e l’imbarazzo di vedere “compagni” di viaggi convertirsi ad una sorta di terza via anglofona.

Ora, come prima, la lucida visione di Bobbio coglie il senso del valore etico del pensiero di  sinistra,  dove essere di sinistra non è uno spazio in un emiciclo,  “essere a sinistra del PD”,  ma  un ambito morale.

La sinistra di Bobbio non ha vinto la sua partita. Lo Stato  laico, liberale e democratico e la  Giustizia sociale  sono obiettivi ancora  lontani che le politiche economiche messe in campo dal PD allontanano maggiormente.

Darò fiducia al progetto di Fassina: ho apprezzato nei suoi scritti il profondo rispetto e la considerazione del pensiero di Bobbio e la determinazione con la quale sostiene che “C’è bisogno di Sinistra”.

Bologna, 12 novembre 2015

Mirella Di Lonardo

One Response to Bobbio: “Destra e Sinistra”

  1. gianfranco ardisson Rispondi

    9 luglio 2016 a 14:23

    In politica, la discriminante tra destra e sinistra, cercata in chiave sociologico-emotiva è riconducibile a due ossessioni:

    – la prima (il tormento della destra) è la fobia verso gli elementi percepiti come incompatibili con i modelli in uso nella società;

    – la seconda (l’assillo della sinistra) è l’intolleranza nei confronti dei modelli che appaiono imposti dalla società.

    Per afferrare il significato di queste righe, occorre spiccare un salto indietro negli anni, ricordandoci le principali inquietudini che ci hanno assalito durante il processo d’inserimento nella società, quando, da bambini, abbiamo intrapreso a frequentare la scuola, meglio: la classe.
    Proprio all’interno della classe abbiamo avuto a che fare con un compagno fonte di un certo disagio: era il “cattivo Giannino”, lo scolaro dall’atteggiamento irriguardoso e dal profitto non proprio brillante, l’alunno seduto all’ultimo banco che quasi certamente ti rubava la merenda, l’abituale ritardatario munito di un solo quaderno, deformato dalle innumerevoli orecchie e zeppo di orribili scarabocchi, il delinquentello dal quale era meglio tenersi alla larga, se non volevi ritrovarti con qualche livido o col grembiule strappato. Ancora: l’irrecuperabile discolo che aveva l’impudenza di mostrare il pistolino alla compagna del secondo banco e che, al rientro dal gabinetto, emanava un terribile odore di sigaretta.
    Certamente il “cattivo Giannino” ha costituito, per chi più e per chi meno, un cruccio all’interno della classe/società. Non dobbiamo però scordarci di un altro compagno, origine di angosce forse più devastanti, era il “bravo Pierino”, rampollo di buona famiglia: lo scolaro che occupava il primo banco, attento alla lezione, rispettoso verso gli insegnanti, premuroso nei confronti dei compagni indigenti, beneducato, vestito in modo consono con l’ambiente frequentato, mai spettinato, provvisto di libri foderati e disposti bene in ordine. Quello che riponeva con cura le matite nell’astuccio dopo averle usate, che eseguiva con diligenza i compiti assegnati, nella cui pagella erano riportati i voti più alti, che tutte le mattine sostava davanti al portone della scuola per almeno cinque minuti, nell’attesa della campanella d’ingresso.
    Un modello da imitare, la pietra di paragone quando percepivamo l’ansia di non essere all’altezza nella competizione sociale, e ogniqualvolta il rimbrotto del genitore, o l’osservazione dell’insegnante, facevano riferimento, più o meno sottinteso, a quella figura.
    Era proprio il “bravo Pierino” che ci turbava particolarmente, soprattutto quando lo avvertivamo imposto dalla società come modello comportamentale.
    E’ di fondamentale importanza rimarcare che il “bravo Pierino”, nei propositi della presente “trattazione”, non è da considerarsi bravo in senso assoluto, ma come modello di riferimento che la società, a volte sbagliando, valuta positivamente, ma soprattutto che pretende di imporci. Analogamente il “cattivo Giannino” non va inteso come sicuramente riprovevole, ma come elemento che la società, cadendo non di rado in errore, considera negativamente.
    Si può osservare come il disagio generato della figura del “bravo Pierino” prevalga nelle persone emotivamente a sinistra, mentre la fobia nei confronti del “cattivo Giannino” sia una peculiarità della destra.

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