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Il posto di Europa nel Mondo

Diario europeo, n. 23

Ha suscitato qualche scalpore la recente lunga serie di interviste del presidente (uscente) degli Stati Uniti d’America al magazine “The Atlantic” sulla politica estera da lui promossa e guidata nel corso dei suoi due mandati.

Obama, riferendosi agli alleati europei in merito al peso e alle responsabilità dell’ordine e della stabilità mondiali, ha parlato di “comportamenti parassiti e scrocconi” (in inglese, forse, è meno sprezzante: “free rider” è colui che non paga il biglietto sul mezzo pubblico, “portoghese” avremmo detto noi). A scanso di equivoci, però, dobbiamo esplicitare che questo nervosismo non rimanda alla classica posizione americana – stile John Wayne -del “mettere mano alla pistola”, sempre e comunque. Ecco alcuni passaggi utili a riassumere il pensiero strategico di Barack Obama: “non è brillante l’idea che di fronte a ogni crisi dobbiamo mandare i nostri militari a imporre l’ordine (…) Gettare bombe su qualcuno per dimostrare che sei pronto a gettare bombe su qualcuno, è la peggiore ragione per usare la potenza militare (…) L’Is non è una minaccia esistenziale per gli USA, il cambiamento climatico sì”. (le citazioni sono tratte da: F. Rampini, “Europei parassiti sulla sicurezza”, la Repubblica, 11 marzo 2016).

Naturalmente non è compito di “Diario europeo” difendere le scelte dell’inquilino della Casa Bianca, ma penso che sia molto interessante partire dalle sue analisi (e anche dal linguaggio, ormai da ex-presidente) per riflettere sul posto di Europa nel Mondo.

Faremo questo percorso presentando ai lettori e alle lettrici l’ultimo numero della “Rivista italiana di geopolitica- LIMES”: La terza guerra mondiale?, n. 2, 2016 (febbraio)”.

Quale è la situazione? “L’Europa, soggetto delle prime due guerre mondiali, in caso di terza ne sarebbe oggetto. Dopo aver esportato guerre sue in continenti altrui, ora potrebbe reimportarle. Con gli interessi” ( Editoriale: “Non è la fine del mondo”, p.23).

Ovviamente, il tema non è chi e come “fare una guerra”. Vale – sul piano etico, morale e anche strategico, per tutta la Unione quanto dice espressamente la Costituzione italiana: “ ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Il tema che Limes riassume a modo suo è, invece, questo: “Il trasferimento di sovranità dallo Stato nazionale all’Unione Europea è fallito, ammesso sia stato tentato. Nell’anomia che preme alle nostre porte le voci degli europei suonano flebili o velleitarie. Producendo stridenti cacofonie (…). In questa fase storica il pericolo per l’Europa scaturisce dall’intreccio fra la nostra impotenza, la violenza dei vortici bellici intorno a noi e il relativo disinteresse degli Stati Uniti per il continente”.

“Diario” ha già ricordato la vicenda storica europea del fallimento della “Comunità europea della difesa- CED” (Diario del 27 novembre 2015).

Oggi è su uno scenario più vasto che voglio attirare l’attenzione: “l’incrocio fra guerre alla nostra periferia orientale (Ucraina) e meridionale (dalla Libia al Siraq), l’incubo terroristico che dopo Parigi svela i nostri nervi scoperti e la pressione migratoria che espone la porosità delle frontiere esterne Ue, mentre ci spinge a erigere barriere fra soci comunitari onde scaricare gli aspiranti rifugiati sul vicino. Nell’illusione si tratti solo di emergenza, non anche di flussi dettati nel lungo periodo dalla geo-demografia (…) coltivare l’ideologia (e la prassi) della ‘guerra al terrorismo’, nella speranza di rispondere così alla domanda di sicurezza che sale dai nostri elettori” (p.24).

Ecco, è in questo affresco che, ancora una volta, si manifesta l’ afasia di “questa” Unità europea, l’obnubilamento del pensiero strategico delle sue classi dirigenti, l’annebbiamento della prospettiva: passando da uno stress all’altro (crisi finanziaria e fiscale e della moneta-crisi migratoria e di Schengen-crisi del modello istituzionale e della governance), non riuscendo mai, in nessuna di esse, a chiudere il cerchio, fino a configurare vere e proprie “crisi democratiche” in alcuni Stati membri: dove l’appartenenza all’Unione diviene (o viene così percepita) come parte (se non causa!) del problema e mai come componente e luogo della sua soluzione.

Suggerisce “Limes”: “ Per decifrare il corso dominante della geopolitica attuale estraniamoci per quanto possibile dal rumore della cronaca. Schivando il surplus di narrazione ideologica diffuso dal fuoco incrociato di propagande e contropropagande. Attingeremo al consiglio di Carlo Ginzburg- ‘ capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco’ . Prenderne le distanze, osservandolo con il cannocchiale rovesciato: ‘alla fine l’attualità emergerà di nuovo, ma in un contesto diverso, inaspettato’.”(p.7).

Non si tratta, ovviamente di “invocare la pace”, ma di operare per espandere lo spazio della pace, avendo chiari sullo sfondo le partite geopolitiche, tutte:
• Quella geo-demografica e ambientale: che sta lì a ricordarci – superando le diverse e contrapposte pulsioni ideologiche (anche quelle ammantate da spirituali motivazioni) – “Il pianeta stretto” (cfr. Massimo Livi Bacci, il Mulino, 2015);
• Quella della influenza del clima economico: l’impatto dei fattori economici e finanziari sull’accentuata conflittualità geopolitica, almeno nel breve periodo;
• Quella della insuperabile scarsità tendenziale delle risorse: energia, acqua;
• Quella delle mafie locali e/o transnazionali (cfr. ivi, passim).

E’ su questo sfondo che vanno – ricollocandoli sempre nell’unico “planisfero di Caoslandia” – analizzati e interpretati i vari pezzi. “La sfida è tra apocalissi quale profezia auto-avverante e rinascita di un pragmatismo positivo orientato al compromesso per il bene della propria comunità (non è questo il tempo di disegni salvifici universali); sempre che l’ora della politica non sia trascorsa” (p. 9).

Riuscirà l’Unione Europea- la qualità e la consistenza delle sue Istituzioni; il suo Parlamento dei popoli d’Europa; le sue forze politiche e intellettuali; le sue eredità umanistiche, religiose e culturali – a darsi la modalità di vincere il rumore della cronaca, rifiutare le narrazioni ideologiche e dimostrare con i fatti che l’ora della politica non è trascorsa?

Il “Trattato sull’Unione europea” (T.U.E.) sembra delineare una base giuridica adeguata:
• “La competenza dell’Unione in materia di politica estera e di sicurezza comune riguarda tutti i settori della politica estera e tutte le questioni relative alla sicurezza dell’Unione; compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre ad una difesa comune” (art. 24, comma1)
• “Nel quadro dei principi e degli obiettivi dell’azione esterna, l’Unione conduce, stabilisce e attua una politica estera e di sicurezza comune fondata sullo sviluppo della reciproca solidarietà politica degli Stati membri, sulla individuazione delle questioni di interesse generale e sulla realizzazione di un livello sempre maggiore di convergenza delle azioni degli Stati membri” (ivi, comma 2)
• “ Gli Stati membri sostengono attivamente e senza riserve la politica estera e di sicurezza dell’ Unione in uno spirito di lealtà e di solidarietà reciproca e rispettano l’azione dell’Unione in questo settore” (ivi, comma 3)
• “Il Consiglio e l’alto rappresentante provvedono affinché detti principi siano rispettati.”

Ricordo che per “Consiglio” qui si intende il consesso dei ministri degli esteri di tutti i Paesi (28) membri; e che per “Alto rappresentante”, si intende la Commissaria (e anche vicepresidente della Commissione) Federica Mogherini. Sottolineo che gli articoli del Trattato, sopra riportati, sono tutti “nuovi” rispetto ai precedenti, introdotti proprio nel Trattato cosiddetto di Lisbona (firmato il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009).

In seguito la Unione Europea si è dotato di una grande e diffuso corpo di ambasciatori e sedi diplomatiche, sparse nel mondo. Occhi ed orecchie sul mondo dovrebbero, quindi, essere al lavoro. Le conoscenze dovrebbero essere complete, adeguate, rapide ed esaustive.

Ma sfido chiunque ad affermare che l’ Unione ha una politica estera. Mentre i termini (si provi a rileggere rapidamente gli articoli citati) scelti ed usati nel Trattato risultano impegnativi, cogenti per una efficacia quotidiana azione di politica internazionale.

Perché questo accade? E perché questa grave contraddizione non suscita interrogativi e – direi- sconcerto nelle classi dirigenti europee e Istituzioni dell’Unione?

A volte, ad essere precisi, accade: ricordo il caso dello strategico negoziato tra Iran e mondo occidentale, nel corso del quale l’Unione europea (e la commissaria Mogherini) ha svolto un ruolo rilevante e anche speciale per il profilo specifico. Per concludere che, se c’è la volontà politica unitaria, Europa e Mondo può risultare una relazione positiva, costruttiva e utile alla pace, al negoziato, alla stabilità.

“Il mondo, aperto e globale, ha un grande, urgente bisogno di questa Europa politico-strategica: unita, forte, affidabile e presente”. Così concludeva un “ Diario europeo” del 27 novembre 2015. Possiamo aggiungere: questo Mondo instabile- sempre più instabile (“ l’ultimo tentativo di gestione del puzzle globale fu la guerra fredda”!) – ha bisogno di UNA voce di Europa: riconoscibile, forte, autorevole, affidabile.

Se il Consiglio europeo (capi di Stato e di Governo) non ha l’animo di esprimerla – confermando che il modello del “metodo intergovernativo”, ormai imperante nella direzione dell’Unione, si dimostra con tutta evidenza inadatto – prenda la parola il Parlamento dei popoli d’Europa e chiami la Commissione europea ad assumere tutte le responsabilità che il Trattato indica e prevede.

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