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HongKong, “libertà di stampa con caratteristiche cinesi”

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di AMINA CRISMA

Da Hong Kong con irradiazioni a Taiwan: “libertà di stampa con caratteristiche cinesi”.

 

Si susseguono in un non troppo imprevedibile crescendo le notizie sullo stato di salute della libertà d’informazione a Hong Kong, che nella classifica mondiale di Reporters sans frontières era al 18° posto nel 2002, mentre oggi è precipitata all’80°. Dopo la farsa delle recenti “elezioni patriottiche” che hanno sancito di fatto la fine di quanto rimaneva dell’autonomia della regione, negli ultimi giorni di quest’anno che ha già visto a giugno la chiusura del quotidiano Apple Daily e l’arresto del suo proprietario, il tycoon Jimmy Lai (condannato ora anche per il “grave crimine” di aver incitato a serbare memoria del massacro dell’89 di Tiananmen), si spegne un’altra significativa voce indipendente, attiva dal 2014, molto popolare e seguita nel movimento pro-democrazia del 2019, il sito di informazione online Stand News. Ne viene perquisita la sede da un imponente schieramento di 200 poliziotti e ne vengono arrestati i caporedattori, quello attuale, Patrick Lam, il suo predecessore,  Chung Pui-kuen, e altre cinque persone impegnate nel sito, fra le quali le più note sono la popstar Denise Ho (oggi rilasciata su cauzione) e l’avvocato, ex parlamentare e giurista Margaret Ng, protagonista del movimento in difesa della libertà di espressione e di riunione pacifica che era istanza cruciale degli studenti di Tiananmen nell’89, e che  dell’identità stessa di Hong Kong fino a tempi non remoti è stata peculiare caratteristica.

Sono accusati di “sedizione”, “cospirazione”, “sobillazione del malcontento antigovernativo”. I comunicati ufficiali governativi puntualmente e seraficamente rendono edotto il mondo che tutto ciò non ha alcuna attinenza con la libertà di stampa, bensì concerne – come dichiarano nel loro impagabile, edificante linguaggio – “la giusta punizione che si meritano i malvagi”, rei di aver propalato “maldicenze destituite di fondamento”.  Niente che abbia a che fare con la persecuzione dell’autentico giornalismo, spiega l’ineffabile Carrie Lam, capo dell’esecutivo, fedele interprete dei dettami di Pechino: si tratta per lei di giustificatissime, sacrosante azioni repressive nei confronti di malefiche “iniziative sediziose” che si presentano sotto le mentite spoglie di pretesi reportages.

Tutto questo appartiene a un copione scontato, e, ahimé, tristemente prevedibile, da quando è in vigore la ben nota Legge sulla Sicurezza nazionale, temibile strumento di controllo autoritario su ogni forma di comunicazione. Tristemente prevedibile è anche che le proteste formali di governi, istituzioni, associazioni – dagli Stati Uniti al Canada all’Unione Europea, da Amnesty a Reporters sans Frontières – contro questo ulteriore attacco al poco che resta della libertà di Hong Kong – una libertà sistematicamente “fatta a pezzi”, come denunciano voci che meriterebbero di essere maggiormente ascoltate – rimarranno, purtroppo,  del tutto inefficaci.

Meno prevedibili sono alcuni inquietanti riverberi di questi eventi a Taiwan su cui, ad esempio,  ha attirato l’attenzione Mario Lupis in un suo articolo del 29 dicembre sull’Huffington Post. Non si tratta solo del fatto che la chiusura di Apple Daily ha comportato anche quella della sua filiale taiwanese. Vi è anche un ulteriore corollario della vicenda: i liquidatori della prima avrebbero chiesto alla seconda la consegna alle autorità di Hong Kong dei dati personali dei lettori, e ciò esporrebbe questi ultimi ad esser perseguiti in base alla citata Legge sulla Sicurezza nazionale, il cui ambito di applicazione per il governo di Pechino non si limita allo spazio della RPC, ma comprende anche reati eventualmente commessi fuori dei suoi confini, e in particolare include Taiwan, con crescente assertività (per usare un grazioso eufemismo) rivendicata come “cosa propria” – interpretazione, questa, che il governo taiwanese nell’esercizio della sua sovranità ovviamente respinge, negando l’autorizzazione alla consegna dei dati suddetti, protetti dalla legislazione vigente nell’isola.

Al di là dei suoi esiti specifici, questa particolare vicenda appare comunque significativa di una più generale e multiforme tendenza dell’attuale leadership della RPC, ossia quella a proiettare in varie  e diversificate modalità ben al di là dei propri confini una propria sempre più pervasiva influenza sui media e sulla comunicazione: in proposito rinvio il lettore che se ne voglia fare una qualche sintetica immagine, ad esempio, al bel saggio di Emma Lupano “L’evoluzione dell’ambiente mediatico in Cina e la proiezione internazionale della narrazione cinese”, in A. Andornino, a cura di, Cina, prospettive di un paese in trasformazione, Il Mulino 2021, e inoltre, con più specifico riferimento alla situazione del nostro Paese, al recente e documentato articolo di Francesca Ghiretti e Lorenzo Mariani “One Belt One Voice: i media cinesi in Italia”, Istituto Affari Internazionali, 4 ottobre 2021

(https://www.iai.it/it/pubblicazioni/one-belt-one-voice-i-media-cinesi-italia.)

C’è un’istanza di controllo al di fuori, e non solo all’interno della RPC, di quanto si dice sulla Cina che sembra farsi sempre più pressante e incombente, e che si esplicita in diverse e articolate maniere. Le sanzioni contro parlamentari, ricercatori e istituti di ricerca dell’Unione Europea rei di essersi occupati di argomenti sgraditi promulgate qualche mese fa dal governo di Pechino di cui abbiamo parlato su Inchiesta, rilevando come fossero un attacco senza precedenti alla libertà di ricerca e di dibattito sulla Cina a livello globale, appaiono intimamente connesse con tale vasta prospettiva (A. Crisma, M. Scarpari, V. Capecchi, “Per la libertà accademica e di ricerca. Solidarietà agli studiosi colpiti dalle sanzioni del governo cinese”, www.inchiestaonline.it 7 aprile 2021 ). E come si notava in quell’occasione, e come sempre immancabilmente avviene quando si registra un nuovo episodio sintomatico di tale strategia, anche oggi, per l’ennesima volta, a fronte dei nuovi e non inattesi fatti di Hong Kong, e dei loro inattesi risvolti taiwanesi, non può non lasciare stupiti l’assordante, fragoroso, indifferente, opaco silenzio che qui da noi li circonda.

AMINA CRISMA

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