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Perché questo silenzio su Hong Kong?

di AMINA CRISMA

(in collaborazione con www.inchiestaonline.it)

Amina Crisma: Hong Kong non è su un altro pianeta : e allora perché questo silenzio?

| 2 Luglio 2020 | Comments (0)

La foto è riipresa da Il messaggero,it del 1 lugkio 2020 in accompagnamento al testo “Hong Kong, caos e scontri: 400 arresti, polizia usa proettili di gomma”

 

 

Hong Kong non è su un altro pianeta: e allora perché questo silenzio?

Quanto sta accadendo in questi giorni a Hong Kong ci mostra che non erano purtroppo infondati i timori espressi nella lettera/appello promossa dalla Fondazione Alexander Langer “Da Tiananmen a Hong Kong, prima che sia troppo tardi” pubblicata su Inchiestaonline del 3 giugno. La gravità della situazione è sotto gli occhi di tutti: la nuova legge per la sicurezza nazionale di cui il governo di Pechino ha decretato l’applicazione all’area della ex colonia britannica di fatto ne cancella l’autonomia sancita da accordi internazionali, e azzera i margini di libertà di opinione, di stampa, di manifestazione di cui ancora fruiva per suo speciale statuto, caso unico in tutto il territorio della Repubblica Popolare. La legge prevede pene durissime per qualsiasi espressione di dissenso (fino all’ergastolo, per la “sovversione”): nonostante queste minacce, migliaia di dimostranti, spesso giovanissimi, sono scesi in piazza a protestare, e già sono centinaia i ragazzi arrestati dalla polizia. Non sono solo studenti quelli che si oppongono alla fine dell’autonomia di Hong Kong, ma anche altri vasti e variegati settori della società civile, lavoratori e professionisti di ogni tipo, avvocati, insegnanti, giornalisti, artisti, religiosi; ma per quanto tempo questo movimento, seppur largo e combattivo, riuscirà a resistere a una dura repressione, e a continuare a dar voce alla sua opposizione?

In questo drammatico scenario, che sta suscitando molte reazioni a livello internazionale, dalla UE al Giappone, stupisce il perdurante silenzio del governo italiano. Un silenzio sulle cui motivazioni ci si interroga, come fanno, ad esempio, Gianni Sofri e Luigi Manconi, intervistati oggi su Il Foglio da Giulia Pompili. Nelle loro analisi, una non troppo sottaciuta ammirazione per modelli autoritari sembra caratterizzare oggi significative porzioni di diverse forze politiche italiane, e a questa propensione sembra affiancarsi una non nuova e alquanto diffusa tendenza a considerare unicamente le ciniche ragioni della realpolitik.

È auspicabile che non siano solo considerazioni dettate meramente da realpolitik a ispirare l’atteggiamento del nostro governo verso il governo della RPC sulla questione di Hong Kong, così come verso il governo egiziano nel caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore assassinato nel 2016 che ancora attende giustizia, e nel caso tuttora aperto di Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna detenuto in Egitto ormai da quasi cinque mesi, nonostante una vasta mobilitazione in suo appoggio.

Nel caso della Cina, oltre all’indubbia fascinazione esercitata dalla sua potenza, c’è una sua efficace azione volta ad accreditarne una Grande Narrazione in chiave di Armonia Totalitaria: una Grande Narrazione alla cui seduzione sembrano essere in molti, e per diversi motivi, a soccombere. Secondo tale Grande Narrazione, i diritti umani sarebbero mera propaganda occidentale, e non avrebbe alcun senso porsene il problema nello spazio Totalmente Altro del Mondo Sinico. Ma il mondo sinico di cui si dichiara e si vanta la Totale Alterità non sta sulla luna, o su Marte: è parte costitutiva, centrale, cruciale ed essenziale di questo nostro condiviso pianeta, come molte cose diverse, dai nostri computer ai nostri iphone, pandemia inclusa, ci mostrano. E questo nostro condiviso pianeta sarà davvero armonioso quando, come diceva il fra Cristoforo di manzoniana memoria, non ci saranno né bastonati né bastonatori; ma fino a quel momento, sarà opportuno avere ben chiara la distinzione fra gli uni e gli altri: una distinzione universale e transculturale, che attraversa regimi diversi, stati, nazioni, culture diverse, e che vale non meno negli USA di Trump (come ci rammenta il black lives matter) che nella Cina di Xi Jinping.

Il fatto che i diritti umani siano stati e siano strumentalmente usati non ne delegittima l’esigenza fondamentale: che è difendere, sempre, comunque e dovunque, l’inerme dalla prevaricazione del potere. Un’esigenza fondata su un sentimento di universale solidarietà che in memorabili passi del pensiero della Cina antica ha trovato pregnanti espressioni, come ci ha mostrato in pagine indimenticabili che andrebbero oggi attentamente rilette Pier Cesare Bori (“Diritti umani” in Per un consenso etico fra culture, 1991). Le tradizioni cinesi non conoscono e praticano solo l’obbedienza: conoscono e praticano del pari la rimostranza nei confronti del potere sovrano, quando il suo operato non sia conforme al senso dell’umanità e della giustizia (renyi). E se l’apologia di un dispotismo illimitato ne ha caratterizzato importanti espressioni, non meno rilevanti sono le istanze di circoscrizione, di delimitazione, e addirittura di contestazione del potere sovrano che connotano paradigmaticamente passi di opere celeberrime come i Dialoghi di Confucio e il Libro di Mencio: “al sovrano anche ci si può opporre…”.

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