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Rue Lucien Sampaix di Donata Meneghelli: rifrazioni di un luogo.

di AMINA CRISMA

(in collaborazione con www.inchiestaonline.it )

Amina Crisma: Rifrazioni di un luogo. “Rue Lucien Sampaix” di Donata Meneghelli

| 19 Gennaio 2019 | Comments (0)

 

In questo libro breve, raffinato e intenso l’autrice, attraverso l’ironico e autoironico racconto del proprio rapporto con una casa a Parigi e con le vicissitudini della sua messa in vendita, mette in scena le cangianti rifrazioni di un luogo nell’immaginario, e così non solo ci offre un originale e godibile divertissement, per tema e per toni assai distante dalle tendenze trash oggi così diffuse nel mercato editoriale, ma ci invita a riflettere sulle molteplici relazioni fra scrittura, io e mondo degli oggetti.

“Quando è cominciata? Esattamente non lo so, ma deve aver coinciso con l’idea di comprare una casa a Parigi. Poi in seguito si è propagata come un virus, o si è installata come una di quelle malattie che una volta prese rimangono sempre sotto traccia….In qualunque posto io mi trovi, mi fermo a guardare le vetrine delle agenzie immobiliari: valuto, comparo, calcolo (…). Visitare i siti immobiliari è diventata una mania, un’ossessione”. Questo l’incipit del libro di Donata Meneghelli Rue Lucien Sampaix uscito lo scorso novembre per i tipi di Qudu (Bologna 2018) che racconta con ironia tale singolare ossessione, incentrandosi in particolare sul rapporto dell’autrice con un appartamento acquistato a Parigi, nella strada evocata dal titolo, e sulle varie e molteplici vicissitudini svoltesi attorno al suo possesso e poi alla sua messa in vendita.

Tutta una serie di figure di visitatori e di visitatrici si dispiega nel volume – una galleria di personaggi di potenziali acquirenti di cui si schizzano penetranti ritratti, dall’aggressivo agente immobiliare all’attrice abbandonata “dall’aria infelice e spaesata”, dall’uomo che “parla e si muove come se recitasse una parte sapendo già che non gli verrà affidata”all’antipatico che “osserva tutto come se avesse in mano una lente d’ingrandimento”. L’io narrante – l’ “io in filigrana” che si scopre in queste pagine, di cui ci parla nell’introduzione Jan Baetens – si rapporta a loro come se quei brevi incontri gli permettessero di decrittare, intravedere, intuire da minuti indizi e di rappresentare un pezzo di esistenza di ciascuno, e al contempo svela pezzi di sé e della propria storia, richiamando sobriamente circostanze e motivazioni dell’acquisto e della vendita, ed evocando con tocchi lievi e intensi figure familiari del cui ricordo quel luogo rimane impregnato. I muri, i mobili, le crepe dell’appartamento a loro volta si animano: è come se recassero incorporate le tracce delle esistenze che lo hanno attraversato. Così gli oggetti abbandonati quando la casa si svuota “ti guardano con aria di rimprovero”, e suscitano un senso di colpa in chi si appresta a condannarli alla triste condizione di scarti, sicché si è grati a chi pietosamente li raccoglie, li recupera, e li avvia altrove a una vita rinnovata.

Il rapporto con le cose, insomma, non è relazione con un pietrificato e inerte deserto in cui il soggetto finisce per essere reificato a sua volta, bensì è uno spazio di metamorfosi e di mutevoli rifrazioni, che si anima e si irradia dei cangianti riflessi di sogni, sentimenti, emozioni.

Sicché le stesse immagini dei siti immobiliari assumono un carattere ambivalente: se da un lato hanno “qualcosa di modulare, di stereotipico, di irreale”, dall’altro vi si scopre “una profondità, un senso di attesa, che mi ipnotizzano: come se fossero nature morte sul punto di animarsi, come se racchiudessero in sé innumerevoli vite possibili”. Ma al tempo stesso e per converso “l’immaginario diventa un banale repertorio: somiglia a un frasario, un prezzario, un ricettario, un tariffario, un erbario, uno stemmario, un indirizzario”.

La relazione con il mondo degli oggetti nelle sue complesse sfaccettature è un tema cruciale e intrigante di questo libro, ed è anche da tempo un tema di ricerca dell’autrice, docente di Letterature comparate all’Università di Bologna, che lo ha esplorato in particolare in riferimento a Dickens, Balzac, Stendhal, Henry James. Se questo è indubbiamente uno degli speciali motivi di interesse del volume, ve ne è anche un altro, di carattere più generale, da segnalare: il suo discostarsi da certe tendenze invalse nell’odierno panorama editoriale, in cui pare quasi che l’unico ruolo possibile della letteratura sia quello di atteggiarsi ampollosamente (e magari in modalità accentuatamente trash ) a Testimone di Grandi Sciagure Individuali, Familiari, Collettive, Sociali. Il libro di Donata Meneghelli ci ricorda qualcosa che mi sembra particolarmente salutare in questi tempi truci e trucidi: che uno spazio letterario prezioso è pur sempre quello del gioco e della leggerezza, dell’ironia e dell’autoironia. Ci ricorda con la sua scrittura nitida ed elegante, che si nega all’effusione, all’ostentazione, alla declamazione e che procede invece per sottrazione, il valore delle parole.

Non mi pare in questo senso casuale che ad ironiche variazioni sul senso delle parole tramite antiretorici e raffinati elzeviri che periodicamente appaiono nella sua rubrica su Inchiesta (www.inchiestaonline.it) si dedichi Cristina Biondi, autrice anni fa di un delizioso volumetto, Il profumo del lino (Sellerio 1995), che mi sembra per certi versi affine stilisticamente e tematicamente a Rue Lucien Sampaix: anche quello è un ironico e autoironico resoconto di una personale ossessione (la passione per il ricamo) tradotta in un singolare rapporto con un mondo di oggetti creati, cercati, maniacalmente collezionati, intorno a cui si dispiega tutta una complessa e divertente dinamica relazionale, e tutta la sorprendente levità di un universo fiabesco.

AMINA CRISMA

(in collaborazione con www.inchiestaonline.it )

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