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Visioni del lavoro nella storia del cinema

di Maria C. Fogliaro

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Con un dialogo fra Susanna Camusso (segretario generale della CGIL) e Gianluca Farinelli (direttore della Cineteca di Bologna) si è aperta il 26 maggio la rassegna cinematografica dal titolo Operai e contadini: un racconto attraverso il cinema, programmata dalla Cineteca in occasione della quarta edizione di «Idee al lavoro», la manifestazione promossa dalla Camera del Lavoro di Bologna.

Operai e contadini − ha ricordato Farinelli − sono figure quasi scomparse dalla narrazione cinematografica; mentre il lavoro − la sua mancanza, la sua precarietà, le sue problematiche − è, al contrario, un tema centrale nel cinema di oggi. Come testimonia il festival di Cannes appena concluso, che ha premiato soprattutto film con al centro il tema del lavoro e ha assegnato la «Palma d’oro» a Ken Loach per I, Daniel Blake, sui drammi della working class nel mondo attuale.

«Questo ciclo − ha detto Farinelli presentando la retrospettiva −, che si compone di varie parti e che occupa completamente la programmazione del Lumière da adesso fino a domenica, ha alcuni grandi film che hanno fatto la storia del cinema, ma ha anche alcuni film del recente passato che, secondo noi, con particolare lucidità hanno saputo raccontare il tema del lavoro».

Per Susanna Camusso, per lungo tempo di lavoro al cinema si è parlato poco. «Io penso − ha affermato il segretario generale della CGIL − che, in una stagione di straordinaria insicurezza come questa, raccontare e descrivere il lavoro sarebbe una straordinaria forma di interlocuzione con le persone». Perché potrebbe aiutare a recuperare una dimensione collettiva e solidale a fronte della «drammatica sensazione di solitudine e di invisibilità che riguarda tanta parte della condizione del lavoro oggi».

Nel corso dell’incontro sono stati proiettati tre diversi frammenti che attraversano tutta la storia del cinema. Il primo è la ripresa dell’uscita degli operai − in abbigliamento tipico della Belle Époque − dalle officine Lumière per la pausa di mezzogiorno, che i due fratelli cineasti girarono attorno al marzo del 1895. Immagini che, per Camusso, fanno pensare per un verso a quanta strada abbiamo fatto − nel senso del miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza sui posti di lavoro −, e per un altro a quanto abbiamo perso in termini di disponibilità a investire sul bene pubblico, sul bene delle città e sulla loro manutenzione quotidiana.

Il secondo è una delle sequenze più famose della storia del cinema e per Farinelli «una delle metafore più sconvolgenti e geniali, e forse l’immagine più vera della prima metà del Novecento»: si tratta di Chaplin in Tempi moderni. Un frammento che, per Camusso, se da un lato immalinconisce anche per l’affetto presente in quelle immagini, dall’altro riporta a una dimensione fisica del lavoro che − nonostante i cambiamenti intervenuti nel frattempo − non è affatto andata smarrita ed è anzi ben presente nel mondo di oggi.

Il terzo frammento è tratto dal finale di Due giorni, una notte dei Dardenne, uscito nel 2014. Un film durissimo sulla dignità del lavoro che − ha affermato Camusso − «mette brutalmente di fronte agli egoismi» e che riporta «alla frammentazione del mondo del lavoro e alla guerra che si è spostata tutta in basso», nel conflitto fra lavoratori. Una logica alla quale la protagonista non aderisce e si ribella, rifiutando − ha detto Camusso − di «contrapporre gli ultimi ai penultimi», e dimostrando che «non si risolve il proprio problema a spese di un altro» e che può esistere un diverso modo di stare nel mondo. Insomma, un film attualissimo che richiama la dignità del lavoro e della persona, e insieme la necessità dell’organizzazione collettiva dei lavoratori contro l’invisibilità e le solitudini oggi imperanti.

L’incontro si è concluso con la proiezione di Cipputi Gino, un documentario di Tatti Sanguineti del 2006 − sponsorizzato e prodotto dalla CGIL Lombardia su ispirazione di Riccardo Terzi − su Cipputi, l’operaio dal naso imponente e dalle lenti tonde creato da Altan in una notte del 1976. Un’opera che consente attraverso una rarissima intervista ad Altan − noto per il suo carattere schivo e riservato −, alle riflessioni del filosofo Mario Tronti e del poeta Edoardo Sanguineti, e alle impressioni di operai «in carne e ossa» di penetrare l’universo, anche psicologico, di Cipputi, un tipo−umano «consapevole − come afferma Tronti − di essere una figura al tramonto», simbolo della classe operaia «in quanto figura esistenzialmente esistente, concreta, materiale».

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