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Confucian shop: business as usual? O del paradosso della modernità in Cina. Ritorno a Confucio/4

di  LUIGI MOCCIA
(dibattito a cura di Amina Crisma, in collaborazione con www.inchiestaonline.it)

Prosegue con questo intervento di Luigi Moccia (ordinario di Diritto privato comparato e titolare di cattedra Jean Monnet di Diritto e istituzioni dell’Unione europea nell’Università Roma Tre), il dibattito a cura di Amina Crisma sul libro di Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. I precedenti interventi di  Ignazio Musu e Guido Samarani sono stati pubblicati nella rubrica “Osservatorio Cina” di questa rivista . Il prossimo intervento è di Paola Paderni.

Con il suo libro Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato (Il Mulino, 2015), Maurizio Scarpari ci invita a riflettere sul cosiddetto “paradosso Cina”; fornendo – attraverso un lavoro di sintesi che dal fondo di storia e di pensiero dell’antica Cina arriva a cogliere tratti salienti dell’attualità politico-sociale del paese – un ricco, articolato, documentato e suggestivo campionario di argomenti, informazioni e meditazioni, che ne fanno un testo davvero utile per (ri)conoscere, se non la diversità, una certa originalità e specificità culturale del mondo cinese, tradizionale e contemporaneo insieme. Proviamo, dunque, a raccogliere questo invito, per una nostra breve riflessione, che non vuole commentare il  testo, ma piuttosto affiancarvisi, per condividerne l’impostazione.

La Cina emersa alla superficie della contemporaneità si dimostra essere un paese in transizione, non solo rispetto al suo futuro, in gran parte già presente, di potenza regionale e globale, ma anche e, forse, soprattutto rispetto al suo passato di civiltà plurimillenaria. Chiarisco il punto.

Qui non si tratta soltanto di richiamare l’attenzione, banalmente, sulla complessità del mondo cinese contemporaneo, essendo la contemporaneità stessa divenuta, in tutto il pianeta, sinonimo, appunto, di complessità; quanto piuttosto sull’esigenza di evitare la superficialità di sguardi che pretendano di osservare e inquadrare quel mondo, dissociandolo dalla storia e dalla cultura del paese; ovverosia, da tutto ciò che sta al di sotto e intorno alla superficie della contemporaneità. In altri termini, si tratta non tanto di segnalare l’importanza di un fondamentale canone metodologico, ma piuttosto di evidenziare uno scenario storico-culturale e politico-sociale caratterizzato da luci e ombre, al centro del quale si pone la questione  (per dirla con parole di Anne Cheng) della “sopravvivenza” della civiltà cinese, legata in gran parte al problema: “che fare della sua tradizione?

Questa domanda ha significato e significa per la Cina d’oggi interrogarsi su una pluralità di fronti; tra cui quello dello sviluppo di una moderna società civile, sulla base di principi di garanzia dei diritti individuali e collettivi e del rispetto dello Stato di diritto, appare come uno dei più problematici (Moccia, Il diritto in Cina, tra ritualismo e modernizzazione, Bollati Boringhieri, 2009).

Per capire di che tipo di problematicità si tratta, può tornare utile l’esempio di una legge cinese (del 2007) relativa alla risoluzione delle controversie in materia di lavoro, dove l’enfasi sulla “mediazione”, quale punto di forza nella gestione “armoniosa” delle relazioni industriali, è stata interpretata e giustificata come riflesso di una scelta di politica legislativa che si richiama a “tradizionali preferenze culturali che derivano da principi confuciani e maoisti”; con un ardito sincretismo, a dir poco, se guardato con occhi occidentali.

Tradizione e modernizzazione, infatti, sono termini che, da noi, almeno a partire dallo schock rivoluzionario di fine Settecento che segnò in Europa l’inizio della modernità, vengono normalmente utilizzati in senso antagonistico, secondo uno schema mentale e logico-discorsivo dicotomico, che registra e riflette soprattutto lo iato semantico dell’un termine rispetto all’altro. La modernizzazione si afferma per contrasto con la tradizione e questa tende a definirsi come assenza di innovazione, se non proprio come volontà di conservazione; per cui a nessuno verrebbe in mente di leggere “tradizione e modernizzazione” come una endiadi; come se i due termini fossero, cioè, espressivi di un unico concetto o, meglio, riferibili a un contesto tale, storicamente e culturalmente considerato, da comprenderli entrambi.

Nel caso della Cina, dove vige la logica degli opposti complementari (yin e yang), può dirsi, come nell’esempio citato, che una legge si ispira a principi sia confuciani sia maoisti, insomma tradizionali e moderni insieme. Così come, del resto, si dice, senza che nessun cinese abbia a scandalizzarsene, che la Cina è un paese comunista ma anche capitalista: tanto da accogliere persino qualche miliardario capitalista nel sancta sanctorum del Partito comunista, quale componente del suo Comitato centrale.

Che cosa però si vuole così intendere? Si vuol forse dire che l’originalità del modello cinese sta nella conciliazione perenne degli opposti, confucianesimo/legismo, li/fa, governo dell’uomo/governo della legge, tradizione/modernizzazione?

Una interpretazione del genere sarebbe fin troppo scopertamente semplicistica, se fosse a sua volta interpretata semplicisticamente: fuori cioè del suo contesto storico-culturale, dove li e fa, governo dell’uomo, fondato sulla forza delle virtù regali (del gentiluomo: junzi), e governo della legge, fondato sulla forza delle leggi (e dei castighi corporali), insomma, il paradigma confuciano e quello legista di ordine normativo si presentano non come alternative opposte, ma come facce complementari di una stessa idea, appunto tradizionale e moderna insieme, di ordine normativo, definibile come doppio binario della legalità, lungo il quale si è venuto sviluppando, in maniera ambivalente, ma anche ambigua, tutto l’attuale processo riformatore, inaugurato dalla stagione denghista dell’open door.

In questo stesso senso è possibile osservare quello che chiamerei il “doppio paradosso” della modernità in Cina, (Moccia, “The dual paradox oof modernity in China”, European Journal of Sinology, 2012), per definire la correlazione tra modernità della tradizione e modernità come tradizione: paradosso apparente, s’intende, perché figlio in realtà di un mondo dove sia la tradizione confuciana del primato della morale sulla politica e dintorni (oggi particolarmente avvertito come risposta al perverso legame tra politica e finanza di ogni tipo), ovvero della radicalità sociale del diritto (sempre più attuale in tempi di crescente pluralismo giuridico), e ancora della base meritocratica di organizzazione degli apparati governativi e selezione del loro personale, si saldano a formare un’idea di fondo, tradizionale e moderna insieme, anche secondo i nostri parametri della cosiddetta post-modernità, per cui l’ordine sociale ha bisogno, per risultare effettivo, di tutti i fattori e livelli di normazione, tra loro in rapporto di integrazione.

Un discorso al riguardo sarebbe troppo lungo per poter essere, qui, anche solo accennato.

Basti però osservare che, secondo la vista lunga di Confucio, o per dir meglio del confucianesimo a lui seguito come scuola di pensiero tenuta viva da una nutrita schiera di seguaci innovatori, la tradizione come struttura portante dell’ordine sociale assolve o, meglio, può assolvere un’importante funzione politica, in quanto proiezione sul presente di un passato idealizzato (di fatto, re-inventato), consistente nell’additare un modello ideale di buon governo: così da fare della tradizione una forza oggettiva di cambiamento/rivoluzionamento, sotto mentite spoglie. Il motto confuciano per eccellenza “Io tramando non creo. Stimo e amo gli antichi” nasconde, dietro la metafora della continuità idealizzata, una forte carica pragmatica, incentrata sul valore normativo della tradizione come ortodossia del ben pensare, del ben agire e del ben governare, in sé compatibile con qualunque regime, autoritario o democratico che sia. Valore che si dimostra, quindi, particolarmente funzionale, nel caso cinese, all’esigenza dell’attuale dirigenza comunista di costruire, in termini soprattutto di identità nazionale, un nuovo ordine basato sul rapporto di legittimazione che lega il passato al presente (di cui dà esemplare testimonianza il Preambolo della Costituzione cinese del 1982, emendato nel 2004).

Ciò consente di guardare all’altro versante dell’apparente paradosso, appena richiamato, e cioè: la modernità come tradizione.

Già presente in una nota formula di fine Ottocento, elaborata in ambito filosofico (“il sapere cinese come sostanza, il sapere occidentale come strumento”), questa tendenza a sciogliere la contraddizione nel suo opposto, l’armonia, ha permesso, sia nella prima rivoluzione (del 1911, nazionalista), che nella seconda (del 1948, comunista), di imprimere al cambiamento il passo di una rottura della tradizione, più che con la tradizione.

Non sembra affatto casuale, né retorico, dunque, che principi e valori confuciani di chiara impronta collettivistica o comunitaria, per via della loro origine socio-familiare, quali l’amore per il prossimo, la solidarietà, il rispetto reciproco tra generazioni e l’armonia sociale, siano oggi sempre più evocati dai leader politici cinesi nei loro proclami pubblici. Come fece Hu Jintao, già nel febbraio 2005, quando, citando proprio Confucio, dichiarò che, per far avanzare il paese in modo ordinato ed efficiente: “è indispensabile perseguire l’armonia sociale”.

Quale conclusione, allora, trarre da questo gioco degli specchi, dove sembra che tradizione e modernizzazione si riflettano l’una nell’altra?

Semplificando al massimo, Confucio aveva fatto della tradizione una sorta di cavallo di Troia del cambiamento, in una fase storica di turbolenze e conflitti in cui l’appello alle virtù degli antichi re saggi mascherava una sollecitudine ad agire in favore di una moralizzazione-innovazione di prassi e costumi; un modo, insomma, indiretto, ma efficace, per sollecitare e indirizzare il paese verso ideali nuovi di buon governo. Dal canto suo, l’attuale dirigenza comunista cinese tende a fare della modernità del paese un fattore di eccellenza della tradizione, nel senso di perseguire obiettivi di modernizzazione, sul piano delle riforme in campo economico e giuridico, che abbiano caratteristiche cinesi; non solo e tanto di semplice conservazione di tratti identitari, quanto piuttosto di valorizzazione di elementi tradizionali, per adeguarli a esigenze di innovazione.

E tuttavia: mentre tradizione e modernizzazione continuano a scambiarsi i ruoli, in un rapporto di implicazione reciproca, l’incognita o, piuttosto, la variabile che oggi occorre aggiungere a questo rapporto sembra essere rappresentata in particolare da uno sviluppo del “mercato” come dimensione affaristica e consumistica e, del pari, da una crescente richiesta di tutele e garanzie, vale a dire da aspettative, pretese e rivendicazioni in chiave “individualista” – o, se si vuole, “borghese”– e di “materialità” degli interessi implicati, capace d’incidere su stili e abitudini di vita, modi comportamentali e di pensiero, difformi e contrastanti rispetto a più tradizionali istanze “collettivistiche” e “solidaristiche” di realizzazione individuale in ambiti relazionali ad alto tasso di conformità, ritualità e moralità, a base convenzionale. In questa chiave di lettura, l’obiettivo di un livello medio di benessere diffuso per tutta la popolazione (moderately prosperous society), ossia il “sogno cinese” da realizzare entro il 2020, viene evocato dall’attuale dirigenza con il ricorso a un’espressione (Xiaokang) attinta da testi dell’antichità classica di matrice confuciana, bensì allusiva tanto al benessere quanto alla giustizia sociale (in termini di equa distribuzione della ricchezza), ma che pure lascia intravedere, in questa sua ambivalenza-ambiguità di senso, un processo di trasformazione-transizione destinato a caricarsi, sul piano socio-economico e culturale, di resistenze, contraddizioni – come lo scarto tra povertà e ricchezza, con relative disuguaglianze, o tra individui e gruppi (dalla famiglia alla collettività nazionale), con relativi conflitti inter-individuali e inter-generazionali – e, comunque, di tensioni tra scelte e concezioni alternative di vita, convivenza e, più in generale, di modelli di società (includendovi l’opzione democratica di una rappresentanza politica degli interessi), alla lunga non più facilmente componibili, anche per una mentalità e una “saggezza” come quella cinese, da sempre allenata alla conciliazione degli opposti.

LUIGI MOCCIA

(dibattito a cura di Amina Crisma, in collaborazione con www.inchiestaonline.it)

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