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Lavoratori sulla Nuova Via della Seta

di IVAN FRANCESCHINI

(a cura di Amina Crisma, in collaborazione con www.inchiestaonline.it )

Ivan Franceschini: Lavoratori sulla Nuova Via della Seta

| 24 Giugno 2019 | Comments (0)

 

Sin dal momento dell’annuncio nel settembre del 2013, la ‘Nuova Via della Seta’ delle autorità cinesi ha suscitato controversie. Se da un lato questo piano da un trilione di dollari ha ricevuto un caloroso benvenuto da parte di élite politiche e gruppi d’interesse in molti degli oltre settanta Paesi coinvolti, dall’altro non sono mancati appelli alla prudenza. Da un punto di vista geopolitico, ci si è chiesti se l’iniziativa non sia altro che uno stratagemma delle autorità di Pechino per ottenere il controllo di asset strategici in altri Paesi. Il caso più citato in questo senso è quello del porto di Hambantota in Sri Lanka, che nel 2017 è stato ceduto in concessione per 99 anni alle due aziende statali cinesi che lo avevano costruito dopo che le autorità locali si erano dimostrate incapaci di ripagare i debiti contratti. Similmente, ci si è interrogati se attraverso questa pioggia di investimenti le autorità cinesi non stiano cercando di incrinare alleanze regionali più o meno consolidate, basta pensare alle preoccupazioni che circondano l’iniziativa 16+1 in contesto europeo o la recente firma di un accordo separato tra lo stato australiano di Victoria e la Cina nel novembre del 2018. Da un punto di vista economico, l’interrogativo principale è se gli investimenti cinesi abbiano un impatto positivo sulle economie locali oppure si tratti semplicemente di un modo con cui il governo cinese sta cercando di inondare mercati esteri con i propri prodotti e la propria manodopera per risolvere il problema dell’eccesso di capacità produttiva del proprio sistema industriale. Infine, dal punto di vista ambientale sono stati sollevati dubbi sulle potenziali conseguenze della proliferazione di nuovi impianti elettrici, miniere, strade, ferrovie, porti e aeroporti in Paesi in cui la supervisione ambientale è scarsa.

Nel mezzo di tanti dibattiti, ben poca attenzione è stata riservata alla questione del lavoro. Media locali in vari Paesi hanno ripetutamente dato voce alle preoccupazioni dei cittadini per una presunta ‘invasione’ di lavoratori cinesi, che starebbero sottraendo opportunità lavorative alla popolazione locale. In un articolo uscito nel febbraio del 2019 con il titolo ‘Come mai ci sono così tanti lavoratori cinesi qui?’, il Philippine Daily Inquirer lamentava la presenza nelle Filippine di un numero compreso tra 200.000 e 400.000 lavoratori cinesi, in competizione con i 2.3 milioni di disoccupati locali per posizioni nel settore edile, minerario e dell’intrattenimento. Più di recente, nel giugno del 2019, un articolo del South China Morning Post titolava: ‘Perché i lavoratori cinesi sono così impopolari nel sudest asiatico?’ Sempre leggendo i media locali, si scoprono storie di acquisizioni da parte di investitori cinesi dominate dall’ansia per il futuro della forza lavoro dopo il passaggio di proprietà. Il caso più notevole in questo senso è probabilmente quello del Porto del Pireo di Atene, che nel 2008 ha raggiunto un accordo con COSCO, la principale azienda cinese di trasporto marittimo, per la parziale acquisizione di due terminal per i container. Sebbene COSCO si fosse impegnata a rispettare gli accordi collettivi esistenti tra l’autorità portuale greca e i sindacati, ben presto l’azienda ha iniziato a importare lavoratori temporanei attraverso agenzie specializzate prima dalla Cina e poi, in seguito a una serie di scioperi, dall’Europa orientale, al punto che nel 2016 appena un quinto della forza lavoro era locale.

Per quanto significativi, questi aneddoti non permettono di generalizzare. Considerata la vastità e relativa novità del tema, la letteratura accademica si rivela ugualmente frammentaria. Analisi degli investimenti cinesi in contesto europeo non evidenziano particolari criticità. Adottando una prospettiva manageriale, Yu Zheng e Chris Smith (2018) hanno messo in discussione l’idea stessa che esistano pratiche occupazionali tipicamente ‘cinesi’ in grado di fungere da modello per le aziende transnazionali cinesi che entrano per la prima volta nel mercato europeo. Sottolineando la varietà dei metodi con cui gli investitori cinesi si relazionano ai propri dipendenti tanto in Cina quanto in Europa, Zheng e Smith hanno rilevato come nel mercato del lavoro europeo queste aziende ‘abbiano trovato più spazio per negoziare con gli attori istituzionali esistenti (stati nazionali, sindacati, agenzie per l’occupazione) per sviluppare diverse pratiche d’impiego’. In questi negoziati, le aziende cinesi si sarebbero dimostrate ‘pragmatiche, adattabili e disponibili a lavorare con le istituzioni locali’. A conferma di ciò, nel 2017 Wolfgang Mueller (2018) ha condotto una ricerca su un campione di 42 imprese a capitale cinese nei settori manifatturiero, logistico e dei servizi in Germania. Attraverso una serie di interviste con sindacalisti, Mueller è giunto alla conclusione che dopo l’ingresso dei nuovi investitori ‘la cultura di co-determinazione al livello di fabbrica e azienda, così come gli accordi collettivi, rimangono essenzialmente invariati o, in alcuni casi, addirittura migliorano.’ In aggiunta, a suo avviso gli investitori cinesi sarebbero più propensi ad adottare una prospettiva di lungo periodo, investendo nelle aziende anche in momenti di difficoltà, una prassi in forte contrasto con la mancanza di visione di altri investitori occidentali,

Le ricerche su investimenti cinesi in contesti extra-europei offrono un quadro molto più sfumato. Esaminando gli investimenti statali e privati cinesi nei settori minerario e edile in Zambia, Ching Kwan Lee (2017) ha notato una differenza sostanziale tra capitale statale cinese e capitale privato globale. Sebbene entrambi i tipi di capitale non si dimostrassero particolarmente benevoli nei confronti dei lavoratori, gli investitori statali cinesi in Zambia offrivano una forma di ‘sfruttamento stabile’ caratterizzata da salari bassi compensati da una relativa stabilità occupazionale, in contrasto con l’‘esclusione flessibile’ offerta altri investitori privati stranieri, in cui salari più elevati erano accompagnati da una maggiore precarietà. Lee ha spiegato questa divergenza con le diverse logiche di accumulazione che motiverebbero i due tipi di capitale, con gli investitori statali cinesi che sarebbero suscettibili non solo all’imperativo di massimizzare il profitto, ma anche a esigenze di natura politica legate alle priorità delle autorità cinesi. Focalizzandosi su un episodio ben più drammatico, Aaron Halegua (2018) ha documentato il calvario di migliaia di lavoratori cinesi convinti con l’inganno ad accettare lavori nei cantieri per la costruzione di un casinò e resort di lusso parte della Nuova Via della Seta a Saipan, un territorio statunitense nel Pacifico. Impiegati da tre imprese cinesi – un’azienda statale, una società per azioni e un’impresa privata – questi lavoratori si sono trovati costretti a lavorare orari interminabili, per salari inferiori al minimo legale e in precarie condizioni di sicurezza, impossibilitati a rientrare in Cina tanto per via del sequestro dei passaporti da parte dei manager, quanto per l’illegalità della propria posizione nel Paese. In assenza di sindacati, Halegua ha sottolineato l’importanza dei media locali e dell’opinione pubblica nel risolvere la situazione. In una vena simile, Zhang Shuchi (2018) ha descritto l’odissea legale di un lavoratore cinese distaccato presso una sussidiaria di un’impresa statale cinese in Papua Nuova Guinea aggredito da persone del posto, mettendo in luce l’estrema vulnerabilità dei lavoratori cinesi all’estero.

Pur in assenza di analisi sistematiche sull’impatto degli investimenti cinesi su relazioni industriali e diritti dei lavoratori all’estero, questa breve e parziale panoramica della letteratura esistente ci permette di trarre alcune conclusioni preliminari. Innanzitutto, gli studi citati lasciano intendere chiaramente come gli attori locali giochino un ruolo fondamentale nel prevenire e arginare eventuali abusi da parte di investitori stranieri, cinesi o meno. L’esistenza di partiti d’opposizione forti e organizzati, affiancati da media e sindacati indipendenti e da un apparato di supervisione del lavoro efficiente, è vitale nel porre dei limiti alla capacità degli investitori di stabilire delle alleanze con le autorità locali a detrimento degli interessi di lavoratori e cittadini. Allo stesso tempo, pur riconoscendo come i lavoratori in contesti politici autoritari siano più vulnerabili, è importante però ricordare anche come in molti casi questa posizione di debolezza non sia necessariamente conseguenza delle attività degli investitori cinesi – che si limitano ad approfittare di una situazione già esistente – quanto piuttosto il risultato di decenni di politiche mirate ad attrarre investimenti, accompagnate da riforme strutturali imposte da organismi finanziari internazionali quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

In secondo luogo, un esame della letteratura esistente rivela come una serie di domande le cui risposte tendiamo a dare per scontate in realtà rimangano tuttora aperte. Ha davvero senso parlare di ‘capitale cinese’ come se si trattasse di un’entità monolitica e indifferenziata? È vero che la Cina sta esportando nei propri cantieri all’estero orde di lavoratori, sottraendo così posti di lavoro alla forza lavoro locale? Ci sono prove che gli investitori cinesi agiscano con totale mancanza di rispetto per la legislazione locale, causando una corsa al ribasso negli standard lavorativi? Andando oltre la semplice aneddotica, gli studi esistenti rivelano una realtà molto più sfaccettata e complessa di quanto non siamo soliti immaginare e ci invitano a evitare facili e convenienti generalizzazioni – un’esortazione che vale tanto per i critici quanto per gli apologeti. Come ha scritto Ching Kwan Lee, una tale complessità ‘mette in guardia rispetto al facile ricorso ad assolute e grandiose generalizzazioni in termini di egemonia, impero, e neocolonialismo’ e richiede ‘una ricerca empirica e comparata solida e a grana fine’ (2017, 161). Essenziale per il raggiungimento di questo risultato è lo stabilimento di nuove collaborazioni tra accademia e società civile, in particolare in quelle realtà autoritarie caratterizzate da scarsa trasparenza e limitato accesso alle informazioni. Ugualmente importante è che si contrastino quelle narrazioni semplicistiche e opportunistiche che cercano di trasformare preoccupazioni legittime di natura economica e politica in aperta ostilità nei confronti dell’anello più debole dell’avventura cinese all’estero: i lavoratori.

Bibliografia

Halegua, Aaron, ‘Labour Exploitation in Saipan (Again): What Difference Does 20 Years Make?’, Business & Human Rights Resource Centre, 3 dicembre 2018, https://www.business-humanrights.org/en/labour-exploitation-in-saipan-again-what-difference-does-20-years-make.

Lee, Ching Kwan, The Specter of Global China: Politics, Labor, and Foreign Investment in Africa, The University of Chicago Press, Chicago, 2017.

Mueller, Wolfgang, ‘Chinese Investors in Germany: A Threat to Jobs and Labour Standards?’, Made in China Journal, vol. 3 no. 4, dicembre 2018, pp. 34–39.

Philippine Daily Inquirer, ‘How Come There Are So Many Chinese Workers Here?’, The Straits Times, 7 febbraio 2019, https://www.straitstimes.com/asia/se-asia/how-come-there-are-so-many-chinese-workers-here-inquirer.

Siu, Phila, ‘Why Are Chinese Workers So Unpopular in Southeast Asia?’, South China Morning Post, 1 giugno 2019, https://www.scmp.com/week-asia/politics/article/3012674/why-are-chinese-workers-so-unpopular-southeast-asia.

Zhang, Shuchi, ‘My Rights Have Been Left Behind in Papua New Guinea: The Predicament of Chinese Overseas Workers’, in Ivan Franceschini e Nicholas Loubere (a cura di), Made in China Yearbook 2018: Dog Days, ANU Press, Canberra, 2019, pp. 220–23.

Zheng, Yu e Chris Smith, ‘Chinese Multinational Corporations in Europe: Racing to the Bottom?’, in Ivan Franceschini e Nicholas Loubere (a cura di), Made in China Yearbook 2017: Gilded Age, ANU Press, Canberra, 2018, pp. 74–79.

 IVAN FRANCESCHINI
(a cura di Amina Crisma, in collaborazione con www.inchiestaonline.it )

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