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Neiye, il Tao dell’armonia interiore: un libro di Amina Crisma

di  GIANGIORGIO PASQUALOTTO

(in collaborazione con www.inchiestaonline.it )amc_cov_lga

In collaborazione con la rivista Inchiesta ( www.inchiestaonline.it ) pubblichiamo la recensione di Giangiorgio Pasqualotto, professore di Estetica e di Storia della Filosofia buddhista all’Università di Padova, a  Neiye, Il Tao dell’armonia interiore, a cura di Amina Crisma  (Garzanti, Collana “I grandi libri dello spirito” diretta da Vito Mancuso, Milano, 2015). Il libro sarà presentato all’Archiginnasio di Bologna, Piazza Galvani 1, martedì 14 giugno alle 17,30.

Recensendo questo volume è innanzitutto importante rilevare che esso è inserito in un’agile ma accurata collana in cui sono usciti, tra gli altri, testi come Qohelet (a cura di P. Stefani), Guardate l’umiltà di Dio di Francesco d’Assisi (a cura di B. Salvarani), Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam (a cura di R. Giannetti) e Imitazione di Cristo (a cura di B. Salvarani). Ciò significa che, finalmente, classici del pensiero cinese come il Neiye non vengono più considerati solo come privilegiati materiali di studio per gli specialisti sinologi, né, all’opposto, come divulgativi libretti di edificazione morale per coscienze in crisi. La prova evidente di questo approccio teso a valorizzare al massimo un breve ma denso classico daoista come il Neiye è data dal fatto che la sua curatela è stata affidata ad Amina Crisma, studiosa nota soprattutto per i suoi lavori sui pensatori confuciani, ma anche per i suoi numerosi scritti ed interventi volti a far emergere la potenza ancor oggi efficace del pensiero cinese classico nel suo complesso. L’ Introduzione (dedicata a Pier Cesare Bori) risulta a tutti gli effetti un vero e proprio saggio, non solo per il numero di pagine (127), ma soprattutto per l’impegno esplicativo e critico che vi è profuso: essa si articola in una parte introduttiva (scandita in 10 §§) dove si ‘ambienta’ il Neiye dal punto di vista storico-culturale, e in una parte più specifica, intitolata “Il Neiye: un’antica fonte a lungo misconosciuta” (scandita il 20 §§) la quale costituisce un vero e proprio commento al testo. A questa lunga Introduzione è fatta seguire la traduzione del testo composto di 26 capitoletti. Chiudono il volume: brevi Conclusioni dedicate al Neiye nelle prospettive di ricerca e nei dibattiti contemporanei, un glossario, un apparato di complessive 343 note e la bibliografia.

Senza questo poderoso ausilio alla lettura, il testo del Neiye, pur apparendo semplice e scorrevole, rimarrebbe quasi del tutto indecifrabile, al pari e forse più del celeberrimo Daodejing (noto anche col titolo del suo presunto autore, Laozi).  Infatti, tutti i grandi temi del taoismo classico dispiegati nelle magnifiche forme dello Zhuangzi, illustrati nelle storie esemplari del Liezi e condensati nelle fulminanti formule del Laozi, appaiono qui concentrati  in modo ancor più intenso e compatto, quasi a rappresentare i petali uniti e stretti di un bocciolo che poi fiorirà in quei grandi testi del daojia (Scuola del dao).

Amina Crisma affronta il Neiye con un doppio registro: evidenziando, da un lato, le connessioni storiche e concettuali che lo legano, innanzitutto, con gli altri classici daoisti ma anche con alcuni testi confuciani (Confucio, Mencio, Xunzi); e cercando, dall’altro lato, di comprendere ed interpretare il contenuto specifico dei principali concetti presenti nei versi del Neiye. Un registro più marginale, ma non per per questo meno interessante, è quello con cui l’Autrice convoca a confronto alcune significative ‘voci’ della cultura occidentale, a partire da Lucrezio, per finire con Simone Weil. In questa sede il registro che riteniamo più opportuno tenere presente è il secondo, quello mediante il quale cui Amina Crisma cerca di portare al massimo chiarore l’apparente oscurità del testo. Il Nieye si apre con una grandiosa visione spazio-temporale dove in otto versi c’è già tutto quello che si verrà in seguito a conoscere a proposito della “coltivazione interiore”: vi è un’unica, eterna, essenza vitale che produce ogni cosa in Cielo (“le costellazioni”) e sulla Terra (“i cinque cereali”); il saggio (shengren) è colui che riesce ad “accumularla in mezzo al petto”. E’ presente qui un principio ed una dinamica chiarissimi: una  forza vitale, eterna nel tempo ed infinita nello spazio, circola per ogni dove, dando origine alle cose del Cielo e della Terra, ma anche alle ‘cose’ interne all’uomo, ossia ai fattori del suo corpo ed alle facoltà della sua mente. Ciò significa che, in realtà, da sempre, tra Natura e Uomo non vi è separazione né dicotomia: opposizioni e conflitti nascono solo dove e quando si producono astrazioni o blocchi dell’energia vitale (qi) e della sua essenza (jing). L’uomo, dunque, per giungere alla condizione della saggezza deve ritornare alla condizione primordiale, quella in cui l’energia cosmica che connette ogni realtà riesce a fluire sia tra se stesso e le cose esterne, sia dentro di sé: dove questo “dentro di sé” significa sia corpo che anima, sia ‘cuore’ che ‘mente’. Molto opportunamente Amina Crisma dedica particolare attenzione al fatto che la parola cinese xin indica sia l’organo fisico del cuore, sia la mente come luogo di pensieri e di emozioni. (Cfr. p. 77. A questo proposito si potrebbe osservare che proprio le emozioni dimostrano l’ unità di corpo e mente, dato che, quando si producono, interessano contemporaneamente entrambi).

Questo tema dell’unità di cuore e mente nel termine xin e nel suo concetto non interessa soltanto le procedure conoscitive, ma coinvolge direttamente anche la questione etica. Colui che sa gestire il fluire del qi non solo si mette nelle condizioni di conoscere meglio le realtà che lo cricondano e lo condizionano, ma si attrezza al meglio per gestire senza ostacoli i rapporti con gli esseri viventi. A questo proposito Amina Crisma usa una locuzione che ci sembra particolarmente efficace: “fisiologia morale” (p. 75). Contrariamente a quanto siamo stati condotti a pensare rimanendo all’interno delle coordinate filosofiche occidentali (con poche eccezioni: Eraclito, Epicuro, Montaigne, Spinoza, Nietzsche) la cura del corpo non va in direzione opposta a quella della mente intesa come centro dell’intelligenza e della volontà. Infatti per mantenere il cuore in “perfetto equilibrio” (cfr. Neiye, III, 1-7) è necessario liberarsi da ogni impulso egoistico che produce, inevitabilmente, agitazioni ed inquietudini, “cupidigia e brama”.

L’armonia originaria, quella in cui il qi fluisce senza ostacoli, può essere ripristinata in ogni momento, se ci si libera dall’idea di se stessi come entità separata dalle altre: colui che sa “perfezionare se stesso” (xiu shen) è chi coltiva questa armonia dinamica senza costrizioni su di sé e sugli altri. Chi pretendesse di curare solo la propria bellezza corporea farebbe una doppia azione contro-natura: sarebbe costretto a pensare il proprio corpo come ad un oggetto separato, e sarebbe indotto a valutarlo migliore degli altri. Ma la stessa cosa accadrebbe a colui che pretendesse di curare solo la propria bellezza spirituale: sarebbe costretto a pensare l’anima separata dal corpo, e sarebbe portato a considerarsi più intelligente o più virtuoso degli altri. Sia l’uno che l’altro impedirebbero la circolazione del qi e, quindi, bloccherebbero la realizzazione dell’armonia. Al contrario – come osserva Amina Crisma – “il criterio ispiratore dell’uomo esemplare che il Neiye addita come meta dello sforzo volto alla perfezione è l’equanimità: la capacità di abbandonare ogni pretesa egoistica e di porsi dal punto di vista della totalità, ossia nella prospettiva della norma sovrana che nella sua benefica saggezza governa il mondo (XI,1-7)” .

GIANGIORGIO PASQUALOTTO

(in collaborazione con www.inchiestaonline.it )

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