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Referendum costituzionale. Alla festa della CGIL di Bologna «Sì» e «No» a confronto

di Maria C. Fogliaro

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Di riforme costituzionali in vista del referendum previsto per ottobre hanno parlato a Bologna il 27 maggio − in un incontro organizzato dalla CGIL bolognese nell’ambito della manifestazione «Idee al lavoro», e moderato da Simone Arminio («il Resto del Carlino») − Danilo Barbi (segreteria nazionale CGIL), Andrea Morrone (costituzionalista, Università di Bologna) e Monica Minnozzi (ANPI nazionale).

A imprimere tono e direzione al confronto è stato Danilo Barbi, che − prima di entrare nel merito dei contenuti della riforma − ha voluto ribadire quanto sostenuto nel documento del direttivo nazionale della CGIL votato il 24 maggio. E cioè che la riforma costituzionale − oltre al fatto di essere stata il frutto di un’iniziativa governativa e non parlamentare, come avrebbe dovuto − ha anche il vizio di essere stata oggetto di una discussione che «è proceduta in un modo sbagliato e che non ci convince radicalmente» − poiché fin dall’inizio pesantemente condizionata dal governo, che «ha imposto il ritmo della discussione» −, e che oggi viene polarizzata in modo pericoloso con conseguenze imprevedibili per il futuro.

L’ANPI è entrata nel merito della riforma costituzionale con una posizione contraria alla linea del governo, emersa dopo un lungo confronto interno e rafforzata dall’ultimo congresso (svoltosi a Rimini dal 12 al 14 maggio) che ha visto la rielezione del presidente Carlo Smuraglia. Una posizione che − ha spiegato Monica Minnozzi − in base al suo Statuto e alla sua storia l’ANPI aveva tutto il diritto di prendere.

Con riferimento ai contenuti, Minnozzi ha evidenziato soprattutto gli effetti distorsivi del combinato disposto fra riforme costituzionali e nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum, che secondo lei ripresenta, peggiorandoli, gli stessi profili di incostituzionalità della precedente legge elettorale, il Porcellum). Insieme queste riforme − già di per sé contestabili − vedrebbero un Senato numericamente ridotto rispetto alla Camera e sottratto alla sovranità dei cittadini, ma che parteciperebbe alla funzione legislativa e di revisione costituzionale; e una Camera votata con un sistema elettorale che − oltre al problema dei capilista bloccati − garantirebbe alla maggioranza 340 seggi, e quindi il controllo pieno, e senza contrappesi, del partito di maggioranza sul Parlamento. Questo − ha affermato Minnozzi − determinerebbe una «compressione degli spazi di democrazia, un indebolimento dell’esercizio della sovranità da parte del popolo, e quindi la sostanziale crisi della rappresentanza».

Quello che secondo Andrea Morrone è da evitare è lo spostamento della discussione sul referendum costituzionale sul piano politico, con lo scatenamento di toni e atteggiamenti esasperati che confondono i cittadini, e impediscono un’analisi nel merito e nei contenuti di un provvedimento che, in realtà, viene da lontano. Perché la riforma approvata dal Parlamento non nasce dalla volontà di questo governo, ma affonda le proprie radici nei cambiamenti internazionali successivi alla caduta del Muro di Berlino e nella scelta fatta dagli italiani nei due referendum del 1991 e del 1993, con i quali − ha affermato Morrone − il popolo italiano alla «democrazia consociativa e partitocratica della Prima repubblica» ha preferito «una democrazia dell’alternanza, in cui gli elettori scelgono la maggioranza di governo».

Nelle ultime due legislature − ha proseguito il costituzionalista − «una convenzione costituzionale fra tutte le forze politiche» ha stabilito che l’Italia doveva adeguare le proprie istituzioni al contesto della modernità. Pertanto, legge elettorale e riforma costituzionale sono tutt’uno per una condivisa scelta politica che va nella direzione di una «democrazia maggioritaria dell’alternanza», con il governo che diventa il soggetto che «dirige l’indirizzo politico nel Parlamento». Il problema diventa per lui, a questo punto, come preparare una società capace di partecipare alla formazione delle organizzazioni politiche e di selezionare prima del voto la classe dirigente del Paese.

Una visione opposta guida invece la riflessione della CGIL, che − come ha affermato Barbi − se da un lato considera l’Italicum «intollerabile» per i problemi che pone sul fronte della rappresentanza e della sovranità del popolo, dall’altro non è mai stata contraria al superamento del bicameralismo perfetto. «Il problema è che il monocameralismo previsto dalla riforma − ha detto Barbi − è molto imperfetto», principalmente per l’assenza di organismi di contrappeso e per l’opzione del «voto a data certa», che permetterà al governo di avere in mano l’agenda parlamentare. La posizione critica negativa della CGIL sulla riforma nel suo complesso e, in particolare, sul combinato disposto fra riforma costituzionale e legge elettorale nasce − ha detto Barbi − dalla constatazione di trovarsi di fronte a un «progetto di semplificazione democratica, che non dà nuovi strumenti al popolo, che riduce i poteri delle regioni verso il centro, e che riduce i poteri del Parlamento verso il governo».

Il dibattito voluto dalla CGIL ha avuto certamente il merito di riportare sui contenuti la discussione sul referendum costituzionale e di mostrare come l’orizzonte al quale i due fronti − quello del «Sì» e quello del «No» − guardano non è lo stesso: in gioco sono infatti due modelli di democrazia radicalmente differenti − una fondata sul deciso rafforzamento dell’esecutivo (che diviene così il baricentro di tutto il sistema politico), l’altra incentrata sul Parlamento come sede della rappresentanza e della sovranità del popolo −. Uno dei problemi di fondo − emerso in tutti gli interventi − è che la nuova Costituzione è stata proposta in modo divisivo, che spacca il Paese, mentre − al contrario − la Costituzione del 1948 lo unì. C’è da augurarsi che dalle divisioni si possa uscire insieme, comunque vada il voto di ottobre.

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