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Come comprendere la Cina d’oggi? Ritorno a Confucio/2

di IGNAZIO MUSU
Xi-Jinping

(In collaborazione con www.inchiestaonline.it  inizia con questo intervento di IGNAZIO MUSU, professore emerito di Economia Politica dell’Università di Venezia e già Dean della Venice International University, il dibattito a cura di Amina Crisma  ”Ritorno a Confucio”. Dove sta andando la Cina d’oggi?)

Il libro “Ritorno a Confucio” di Maurizio Scarpari (Il Mulino 2015) è un contributo importante per capire quello che sta accadendo nella società cinese.

Soprattutto nel mondo occidentale si guarda alla Cina, alla sua evoluzione recente, ai suoi problemi di oggi e alle prospettive future con la lente di lettura della nostra cultura, senza ben comprendere come tutto ciò sia influenzato da una lunga tradizione culturale che il maoismo ha cercato invano di cancellare e della quale il confucianesimo è una componente fondamentale.

Il libro di Scarpari è un indispensabile strumento per chi voglia capire la Cina di oggi e non abbia una formazione specialistica nel pensiero di Confucio e nel confucianesimo. Nel libro si mostra come le sfide per la Cina di oggi e di domani non sono solo di natura istituzionale, ma anche di natura culturale. La prima parte è dedicata alle sfide istituzionali e in essa Scarpari mette in evidenza le ragioni ormai ineludibili e impellenti per un cambiamento del modello di riforme economico-sociali della Cina. Questo era già evidente alla “quarta generazione” di Hu Jintao e Wen Jiabao, ma è la sfida cruciale per Xi Jinping.

I problemi nascono dalla necessità di mantenere la crescita economica compatibile con la tutela della sanità, con un adeguato sistema di sicurezza sociale, con la tutela dell’ambiente, con la riduzione della disuguaglianza. Questa necessità richiede di ridurre la quota delle esportazioni e di investimenti sul PIL a favore di un aumento della quota dei consumi e di modificare la composizione degli investimenti verso quelli più in grado di migliorare la qualità della vita di un sempre più vasto numero di cittadini.

Le implicazioni di questa modificazione strutturale del modello di crescita implicano, come dimostra un rapporto scritto congiuntamente dalla Banca Mondiale e dall’Ufficio Studi del Consiglio dei Ministri Cinese, che l’economia cinese deve ridurre nel medio termine il suo tasso di crescita verso valori intorno al 5%. A questo riguardo, il mondo occidentale deve uscire dalla contraddizione di pretendere che la Cina cresca a tassi elevati per sostenere l’economia mondiale e al tempo stesso pretendere che la Cina abbia uno sviluppo stabile, ed eviti il rischio di crisi, come quelle finanziarie che potrebbero alla lunga avere effetti sistemici.

Sotto il profilo delle istituzioni economiche la sfida più importante è quella della integrazione tra mercato e stato. Xi Jinping ha messo più volte in evidenza la necessità di dare maggiore ma anche più coerente sviluppo alle forze del mercato. Nel discorso pronunciato il 9 novembre 2013 alla Terza sessione plenaria del XVIII Comitato centrale del Partito Comunista Cinese si legge: “Le regole del mercato non sono uniformi per la massiccia presenza di protezionismi settoriali e locali; la concorrenza sul mercato lascia a desiderare, impedendo la selezione naturale e l’aggiustamento strutturale…”

Xi Jinping vuole perfezionare il mercato, ma anche evitare interventi pubblici eccessivi; per lui il ruolo del governo sta nella promozione dei beni pubblici, nello stimolo alla innovazione, nel perseguimento dell’equità sociale. Non è un compito facile, e l’esperienza degli anni più recenti lo dimostra: organizzare il mercato in modo che funzioni bene richiede coerenza, competenza e credibilità. Vi sono molte carenze ancora da superare come dimostra anche la recente vicenda estiva dei mercati finanziari.

È stato in quella occasione evidente lo scarso coordinamento, e anche la confusione, nel modo in cui le autorità cinesi di regolazione si sono mosse. Risulta per esempio incomprensibile come le autorità cinesi, che pure nel caso della crisi finanziaria nata negli USA nel 2007 avevano fortemente criticato la mancanza di regolazione alla base di quella crisi e soprattutto il sostegno indiscriminato a rialzi di prezzi che si sarebbero rivelati insostenibili, non abbiano imparato la lezione evitando di consentire gli stessi errori in casa propria con un’azione di prevenzione e regolazione ex-ante.

Sono state di fatto sostenute politiche per far salire i prezzi delle attività finanziarie con il sostegno di una stampa spesso compiacente: una contraddizione tra la consapevolezza dichiarata della leadership che un troppo elevato tasso di crescita per la Cina non è sostenibile nel lungo periodo, per motivi sociali, ambientali e anche di equilibrio finanziario, e comportamenti pratici che hanno favorito la bolla finanziaria speculativa e che sono stati mossi anche dal desiderio di tenere alto il tasso di crescita.

Nella seconda parte del libro Scarpari si sofferma sulle sfide di natura culturale che condizionano anche quelle di natura istituzionale. Mette bene in evidenza la sempre più diffusa percezione, anche nella classe dirigente del Partito Comunista, di una mancanza di valori che guidi il processo di riforma, soprattutto tra le giovani generazioni per le quali, imitando quello che avviene in Occidente, il mito del benessere materiale e del denaro diventa sempre più determinante.

È a questa sfida in particolare che si lega l’evidente tentativo di Xi Jinping di caratterizzare il modello del socialismo alla cinese integrando l’eredità marxista, e perfino maoista, con quella della ben più lunga tradizione confuciana. Dalla lettura di vari discorsi di Xi Jinping risulta evidente come la costruzione di una società socialista alla cinese venga collocata in una prospettiva di lungo periodo. Più volte egli sottolinea come siamo solo all’inizio di un lungo percorso verso una società armoniosa e di moderato benessere, nella quale appare evidente che i valori dell’etica confuciana dovrebbero essere sempre di più i valori dominanti.

Il condizionamento culturale sul modello istituzionale appare evidente nel fatto indiscutibile che le linee strategiche di riforma abbracciate dalla classe dirigente, e peraltro risultato di una dialettica interna nel Partito Comunista tanto vivace quanto nascosta, non sono poi discutibili secondo un approccio tipico della democrazia rappresentativa occidentale, fondata sulla dialettica tra maggioranza e minoranza politica e sulla delega del potere dal basso.

Molte volte nelle affermazioni pubbliche di Xi Jinping troviamo l’esigenza di “ascoltare il popolo” e anche un’espressione che chiarifica la visione di questo presidente, quella di “democrazia consultiva”, diversa chiaramente da una espressione come democrazia deliberativa fondata sulla pluralità dei partiti.

Scarpari riconosce la difficoltà del collegamento e richiama per spiegare una posizione che è tutto sommato ottimistica la consapevolezza nella tradizione filosofica-culturale cinese, e quindi anche nel confucianesimo, del doversi muovere tra “opposti complementari”.

La strada scelta è di fondare il necessario consenso su un sistema di valori che sia in armonia con la tradizione culturale cinese.

Nel pensiero confuciano è indiscutibile il ruolo di una “avanguardia morale”, di una élite morale che si concretizza nel governo. Nei Dialoghi di Confucio si legge: “Chi governa tramite l’eccellenza morale può essere paragonato alla stella polare, fissa al suo posto con tutte le stelle attorno che le rendono omaggio” (2.1).

Benché il procedimento logico di questo approccio vada dal governo al popolo, dall’alto verso il basso, esso è alla base della giustificazione per una lotta alla corruzione senza precedenti che Scarpari documenta in dettaglio.

Peraltro soprattutto l’ultima dirigenza e il presidente Xi Jinping sembrano ben consapevoli che un governo non può essere buono se l’uomo non è buono e se persone buone non prestano nel governo il loro servizio. È sempre l’individuo che svolge il ruolo fondamentale nel contribuire a un buon ordine sociopolitico.

Il libro di Scarpari nella seconda parte documenta anche molto dettagliatamente come il ritorno a Confucio sia caratterizzato da una forte esigenza di etica individuale che si traduce nella attenzione alle politiche dell’educazione. L’importanza dell’educazione sta nella convinzione confuciana che attraverso l’auto-coltivazione una persona può diventare moralmente superiore (nobile d’animo), che tratta gli altri con rispetto perché ne riconosce la dignità e pratica le virtù dell’umiltà, della sincerità, della credibilità, della rettitudine e della compassione.

Il libro di Scarpari pone sia pure in modo non esplicito una domanda: come possiamo noi, cresciuti nel modello culturale illuminista occidentale, collegarci a questo progressivo emergere di un modello culturale cinese che cerca di coniugare mercato ed equità secondo una ispirazione che viene dalla tradizione confuciana?

Personalmente penso che una strada da seguire può essere quella di scoprire le tante affinità che legano il pensiero confuciano a quello di Adam Smith, del fondatore dell’economia politica, le cui idee sull’interesse proprio e sul ruolo del mercato come base per lo sviluppo economico e sociale sono state travisate dalle contrapposizioni ideologiche.

Per esempio si deve collegare la Teoria dei sentimenti morali con la Ricchezza delle nazioni per scoprire come l’interesse proprio sia affermazione di ciò che si è meglio in grado di fare e non celebrazione dell’egoismo, e perché l’interesse proprio debba essere sempre subordinato al vincolo della simpatia. Dopo tutto in Confucio la benevolenza è una qualità che si manifesta non nell’isolamento, ma solo in relazione agli altri e nel modo con cui si trattano gli altri. La vera bontà si manifesta come comportamento empatico: “La Via del nostro Maestro è essere sincero con se stesso e dimostrare empatia nei confronti degli altri, niente di più” (Dialoghi, 4.15). E all’inizio della Teoria dei sentimenti morali leggiamo: “Per quanto auto-interessato l’uomo si possa immaginare, ci sono evidentemente nella sua natura alcuni princìpi che lo rendono interessato alle fortune altrui, e rendono la felicità degli altri per lui necessaria, anche se da essa egli non ricava nient’altro che vedere che essa esiste”.

IGNAZIO MUSU

(dibattito a cura di Amina Crisma)

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