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Ritorno a Confucio: un libro sulla Cina d’oggi, fra tradizione e mercato

6368714_840338di Amina Crisma

Ritorno a Confucio, del sinologo Maurizio Scarpari, è un libro che propone da un’angolatura speciale – il rilancio della tradizione confuciana – un problematico sguardo sulla complessa realtà della Cina d’oggi, sul suo modello di sviluppo, sulle sue dinamiche, sugli atteggiamenti e le propensioni della sua leadership e sulle sue persistenti contraddizioni. Ne hanno discusso con l’autore a Bologna Romano Prodi e Stefania Stafutti.

Sta ricevendo notevole attenzione il libro di Maurizio Scarpari Ritorno a Confucio. La Cina di oggi, fra tradizione e mercato (Il Mulino, 2015), che è stato presentato il 29 settembre a Bologna nell’aula Stabat Mater dell’Archiginnasio, insieme all’autore, da Romano Prodi e da Stefania Stafutti, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a Pechino, introdotti e coordinati da Franco Mosconi. Se ne discuterà inoltre a Roma al Ministero degli Esteri, Sala Aldo Moro, il 28 ottobre con Davide Cucino, direttore Operazioni Cina Finmeccanica, Claudio Pagliara, responsabile dell’Ufficio Corrispondenze RAI per l’Estremo Oriente, diplomatici e autorità politiche. Il volume è opera di uno studioso della Cina antica che è stato per molti anni docente di Lingua cinese classica all’Università di Venezia, è autore di numerosi lavori quali Il confucianesimo, i fondamenti e i testi (Einaudi 2010) e Mencio e l’arte di governo (Marsilio 2013), ed è curatore di iniziative editoriali quali l’impresa collettanea La Cina (Einaudi 2009-2013), quattro poderosi volumi sulla civiltà cinese dalle origini ai giorni nostri, e di grandi mostre archeologiche come Nascita di un impero (Roma, Scuderie del Quirinale, 2006/7) e L’aquila e il dragone (Milano e Roma, 2010/11). Se ne può vedere un sintetico profilo su Inchiesta (www.inchiestaonline.it) dove sono apparsi vari suoi interventi, così come su valorelavoro ( www.valorelavoro.com ).

Il libro propone da un’angolatura speciale – il grande rilancio della tradizione confuciana che pervade a vari livelli la RPC, dalle supreme autorità di partito e di governo a buona parte del mondo accademico a svariati ambienti popolari – un problematico sguardo sulla complessa realtà della Cina d’oggi, sul suo modello di sviluppo, sulle sue dinamiche e sulle sue persistenti contraddizioni. Al di là dell’indubbio interesse dei contenuti del libro, mi sembra di speciale risalto la prospettiva metodologica che vi si realizza; si ha qui lo sguardo di uno studioso dell’antichità che si volge a indagare la contemporaneità, e in quest’ottica sottratta all’immediatezza del presente si delinea un orizzonte che restituisce la dimensione profonda della lunga durata ai fenomeni esaminati, conferendo un rilievo centrale al denso nodo dei rapporti fra cultura e potere. Ė da un quadro dello sviluppo economico degli ultimi decenni che prende le mosse la riflessione, evidenziandone, certo, i successi e le conquiste, ma sottolineandone anche le tensioni e gli squilibri irrisolti, i drammatici contrasti fra ricchezza e povertà. La grande trasformazione in atto ha generato fra l’altro una immane crescita culturale (attestata dai 195 milioni di laureati stimati per la fine di questo decennio), ma anche un vuoto ideologico e uno spaesamento esistenziale a cui la leadership cinese guarda con preoccupazione, temendo che essi possano in crescente misura intaccare la coesione sociale della nazione. Ė in tale preciso contesto che ha luogo oggi la grande valorizzazione del confucianesimo – un fenomeno che sarebbe stato inimmaginabile soltanto qualche decennio fa, quando la Rivoluzione Culturale additava in tale antica tradizione un “pernicioso residuo feudale” da distruggere, e quando esso appariva in genere agli occhi del mondo, nel migliore dei casi, nulla più che “una reliquia arcaica”. Oggi, autorità di partito e di governo e numerosi intellettuali fanno riferimento ai suoi antichissimi ideali di “buon governo” e di “società armoniosa” nella convinzione che essi possano costituire un valido antidoto all’anomia disgregatrice generata da una società materialistica, produttivistica, consumistica.

Ma questa attuale riscoperta non è esente da contrasti. Nel dibattito di Bologna lo ha rilevato Romano Prodi, raccontando l’emblematica storia della grande statua di Confucio che nel 2011 era stata collocata solennemente di fronte al Grande Timoniere a Tian’anmen, e che poi era stata tacitamente rimossa, per venire infine trasferita in museo (ne avevo parlato su Inchiesta del 25 ottobre 2014, “Confucio, un’icona controversa sullo sfondo del soft power cinese”). Ė un misto di fragilità e di forza, egli ha detto, a caratterizzare oggi la Cina, che si può considerare l’opposto della situazione descritta nel Gattopardo: “tutto resta uguale al vertice perché tutto possa cambiare”; si ha così un potere centrale forte, e una società che si muove a ritmi vorticosi. La Cina muove il mondo, ma ha un reddito pro capite cinque volte inferiore a quello degli Stati Uniti. La sua crescita attuale non è più a due cifre: la “nuova normalità” si va attestando sul 7%, e c’è qualche interrogativo sulla crescita futura. Il sistema ha una sua robustezza, ma emergono anche elementi di tensione, che le dimensioni della lotta contro la corruzione, in cui sono implicate oltre 120.000 persone, vanno evidenziando.

Si avverte oggi acutamente in Cina l’esigenza di riallacciarsi a valori di umanesimo e di solidarietà attinti alla riscoperta – o alla reinvenzione – della tradizione, ha sottolineato Stefania Stafutti, e peraltro, a ben vedere questo bisogno di radicarsi in un passato antico è sempre stato presente: non è forse vero, ad esempio, che si è scomodato Confucio per criticare Lin Biao nella celebre campagna lanciata nei primi anni Settanta? Si è sempre manifestata l’esigenza di radicare il marxismo nella cinesità più profonda, una cinesità più ampia della riscoperta del confucianesimo, e in questo senso i cinesi d’oggi non avvertono così acutamente la contraddizione fra l’oggi e il recente passato, che invece a noi sembra così stridente. La ripresa del tema dell’armonia da parte di Hu Jintao era già comparsa negli anni Ottanta, ed è irriducibile a un aspetto meramente propagandistico, ma se ne richiede una lettura complessa, capace di coglierne tutta l’articolazione; ad esempio, oggi c’è un’istanza di frugalità, di sobrietà e di solidarietà che non è solo un messaggio dall’alto, bensì è stata ed è una grande costante nel mondo delle campagne, nella Cina profonda, e tale recupero di valori rurali viene accolto con favore dal ceto urbano, in crescita faticosa.

L’autore si è soffermato in particolare sulla centralità assunta dal tema del rispetto filiale (xiao), sul quale si sono tradizionalmente modellati i rapporti fra sudditi e sovrano, fra giovani e vecchi, all’insegna della reciprocità e della responsabilità. Nel suo attuale rilancio si configura il progetto del PCC di tenere unita la società, e tale ripresa di valori tradizionali è funzionale alla costruzione di una nuova etica capace di contrapporsi alle spinte dissolventi generate dall’economia di mercato e conseguenti ai grandi flussi migratori. La confucianizzazione della società viene lanciata sia come progetto pedagogico integrale, con l’introduzione nei programmi scolastici dei classici confuciani, sia nei termini di una vasta campagna contro la corruzione, che ribadisce fra l’altro la responsabilità dei governanti nei confronti della collettività di contro alle pulsioni egoistiche all’accaparramento e al profitto, che accompagnano come un’ombra il processo di sviluppo cinese.

Indubbiamente, vi sono molti aspetti contraddittori e problematici in questo ritorno a Confucio, e il carattere dichiaratamente e marcatamente autoritario che ne pervade la concezione suscita non pochi interrogativi. La connotazione identitaria e nazionalistica che vi si attribuisce non confligge forse con la vocazione universale dell’antico messaggio, rivolto a “tutti quanti abitano sotto il cielo”, ossia a tutti gli esseri umani? E quale può essere il ruolo delle donne, nel richiamo a una tradizione che non di rado si è identificata con un’accentuata misoginia, della quale il Gender Gap demografico è tuttora un’eloquente attestazione? Quale, infine, il ruolo nel mondo dei controversi Istituti Confucio, a cui Scarpari ha dedicato attenzione, oltre che in questo volume, in suoi precedenti interventi, in particolare su Inchiesta (http://www.inchiestaonline.it/ricerca-e-innovazione/maurizio-scarpari-soft-power-in-salsa-agrodolce-confucianesimo-istituti-confucio-e-liberta-accademica) e Cinaforum (http://www.cinaforum.net/scarpari-dibattito-confucio-743)?

E soprattutto, sarà davvero in grado questa “via confuciana” di guidare l’immane trasformazione della Cina, attraverso le sfide inedite e gigantesche che la attendono nei prossimi anni? Su questa domanda che rimane aperta si chiude il libro, sulle cui molteplici sollecitazioni la redazione di Inchiesta promuoverà a breve un ampio dibattito interdisciplinare con interlocutori vari e diversi.

Nell’attesa di questa prossima e più approfondita riflessione collettiva alla quale il libro ci sollecita, non si può comunque fare a meno di chiedersi, in riferimento agli scenari nostrani, se non sarebbe opportuna anche qui da noi una qualche meditazione confuciana – non declinata nei termini strumentali di tentazioni neoautoritarie (fin troppo frequenti e insistite sotto ogni latitudine), bensì in quelli del richiamo alle responsabilità e ai doveri inerenti a un agire politico che si voglia autenticamente capace di progetto e di visione. A partire, ad esempio, da una seria e autentica lotta contro la corruzione.

Amina Crisma

 

 

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