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Alle radici della crisi ambientale. Riflessioni in margine all’Enciclica «Laudato si’. Sulla cura della casa comune»

di Maria C. Fogliaro

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Mytakuye Oyasin, ovvero «tutto è collegato» – per gli indiani Lakota –, nell’intricata trama dell’esistenza. «Tutto è collegato», «tutto è in relazione», «tutto è connesso» è, anche, il filo rosso che attraversa l’ultima Enciclica di Papa Francesco, Laudato si’. Sulla cura della casa comune, che ha visto la luce il 24 maggio del 2015. In realtà, nonostante i punti di tangenza che pure sussistono, tra le due concezioni del mondo esiste una divergenza insuperabile. L’espressione dei Lakota riflette, infatti, l’intima convinzione che tutti gli esseri che abitano la terra siano parte di un’unica unità, condividendo tutti – esseri animati e inanimati (inclusi gli elementi e le forze della natura) – la medesima qualità spirituale, senza alcuna discontinuità di sostanza. Nella concezione cristiana, invece, affermata nell’ultimo insegnamento magisteriale pontificio, Francesco, pur riconoscendo che tutti gli esseri dell’universo «formiamo una sorta di famiglia universale» (par. 89), tuttavia, dichiara che questo «non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità» (90).

Qualunque sia l’angolatura da cui si decida di leggere l’Enciclica, si comprende prontamente di trovarsi di fronte a un testo di agevole lettura – per la semplicità voluta del linguaggio –, ma estremamente denso, complesso, articolato, tutt’altro che frammentato. Andandola a interrogare emerge, innanzitutto, come la Laudato si’ si inserisca nel solco del Magistero della Chiesa con un gesto di novità, che, pur raccogliendo la tradizione sociale cattolica sulla cura del creato, prelude a un nuovo modo di guardare al mondo. Non tanto per le soluzioni che consegna, comunque sia mai presentate come chiuse e definitive, quanto per la qualità delle domande che pone a «tutte le persone di buona volontà» e dalle quali parte per affrontare, attraverso un’articolata riflessione sulla questione ambientale, il tema della responsabilità nei confronti delle generazioni future e quello, quasi inafferrabile, sul senso profondo del nostro passaggio in questo mondo (160).

Alla crisi ambientale e sociale – per Bergoglio indissolubilmente legate e parte di un’unica grande questione, che origina dal dominio dell’uomo sulla natura, dalla quale deriva il dominio dell’uomo sull’uomo – bisogna reagire con un approccio integrale, che guardi alla totalità dei processi e punti a combattere la povertà e a prendersi cura dell’ambiente. Per far questo Bergoglio, innanzitutto, compie il gesto teorico di confrontarsi con il pensiero ecologista, storicamente osteggiato dalla Chiesa in nome di un umanesimo e di un antropocentrismo radicali, e – interrogando criticamente le Scritture – condanna quelle interpretazioni che facevano dell’uomo il dominus assoluto della natura (67). Avvertendo, tuttavia, che questo «nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità» (90).

In dialogo con il pensiero filosofico e le scienze umane, l’Enciclica affronta, poi, le cause profonde della crisi ecologica attuale. Bergoglio entra apertamente nel terreno di gioco dell’età postmoderna, andando al cuore della sua contraddizione di fondo: l’opposizione fra la tecnoscienza – della quale vede la ferrea logica e l’intima vocazione al dominio – in alleanza con il capitalismo, da un lato, e l’esigenza, vitale per l’umanità, di custodire l’integrità della natura, dall’altra. Soprattutto, Francesco prende drasticamente le distanze dal potenziale nichilistico della tecnica e dall’universale, e quasi religiosa, accettazione dell’orizzonte discorsivo capitalista, attaccando «l’eccesso antropocentrico» (116) che «paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà» (115).

Contro la deriva rappresentata dal «capitalismo tecno-nichilista», Bergoglio introduce il concetto di «ecologia integrale» – che è il cuore della Enciclica –, affermando la possibilità concreta di contrastare l’hybris, che condanna l’uomo contemporaneo a un destino di reificazione, e di sfidare un sistema di potere totalizzante, che agisce sul piano biologico, mentale, politico, economico, sociale, relazionale. È, quello di Bergoglio, un richiamo alla responsabilità rivolto a tutti, anche ai singoli (con massime di azione per la vita quotidiana), che richiede l’adesione a una visione ecologica capace di integrare «il posto specifico che l’uomo occupa in questo mondo» (15) e di rintracciare le intime relazioni che intercorrono fra i fenomeni. In questo quadro, si inseriscono le prese di posizione, anche dure, nei confronti della politica, finora latitante, cui rivolge l’invito a guardare oltre l’interesse immediato e ad assumersi le responsabilità cui è stata chiamata.

Alla fine tutto è rimesso, come sempre, alla libera volontà dell’uomo, inesorabilmente obbligata – è bene non dimenticarlo – a fare i conti con l’impulso alla potenza, che – come insegna Nietzsche – è «il più terribile e fondamentale desiderio dell’uomo». Naturalmente, la Lettera Enciclica non può, proprio per l’impossibilità di sciogliere una tensione tanto insuperabile, indicare una soluzione qui e ora; ma certo lo sguardo di Francesco non chiude le porte alla speranza (205). L’umanità ha ancora, secondo il Papa, la capacità di collaborare per custodire la casa comune, cominciando, ad esempio, con l’aprire fra cittadini, organizzazioni, istituzioni uno spazio di dialogo, il cui modello – come affermato dal Pontefice nella sua prima Enciclica, Evangelii gaudium – deve essere il poliedro, che «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii gaudium, 236).

Ma per far questo è necessario un rovesciamento radicale: sentire come sofferenza personale il Male che è nel mondo, e accostarsi alla natura tutta con stupore e meraviglia, con lo stesso sguardo che ispirò Francesco d’Assisi. Se questo non dovesse avverarsi, speriamo almeno che si faccia largo l’idea che cambiare il proprio rapporto con l’ambiente è utile, poiché in gioco è l’esistenza stessa della specie umana sulla terra.

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