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Il morto

Un breve racconto di Anna Salfi

prefica

Mio padre entrò in casa, percorse il corridoio e, arrivato in sala da pranzo, annunciò con voce solenne: “E’ morto un mio parente”. Mia madre lo guardò. Io pure. “Era mio parente da parte dei Salfi, apparteneva agli Scaramuzzi, quelli che abitano sop’ a’ Carrera”.

Non riuscì a finire la frase. Lo sguardo obliquo di mia madre lo aveva fermato e con altrettanta determinazione lei era scivolata verso la cucina evitando così il prosieguo di quell’argomento che la infastidiva in maniera evidente. La cucina come condanna, ma anche come tana e ricovero certo. Lei non tollerava per niente il suo solito ripercorrere la genealogia familiare di cui lui, invece, era palesemente orgoglioso e che, a volte, ostentava.

“Chi era?” di contro feci io, curiosa. Alla domanda mio padre rispose con gratitudine e con dovizia di particolari, dettagliando informazioni, nessi e parentele vicine e lontane.

Pranzammo e, abbassate le serrande, ognuno lentamente trovò posto per la siesta pomeridiana in quel pomeriggio caldo. Chi sul letto, chi sul divano, chi sulla poltrona secondo un rito estivo consolidato. Quindi il silenzio, interrotto solo dal verso delle cicale. Io no. Non dormivo. Se qualcuno era morto sarebbe stato giusto fare una visita sia al defunto che alla sua famiglia, per onorare degnamente la dipartita. Così pensavo. Detto fatto. Dopo qualche minuto ero lì e, aperta la porta di casa con cautela, scendevo le scale per entrare nel “forno” della strada.

Nessuno può immaginare cosa significhi uscire ad “ora calda” per le strade di un paese del Sud. La luce accecante ti costringe a socchiudere gli occhi. Il sole ti batte in testa quasi a schiacciarti sul selciato. L’asfalto, ammorbidito dal caldo esagerato, rilascia un calore percepibile attraverso la suola delle scarpe.

Passo dopo passo, mi dirigevo verso la casa del defunto cercando con poca fortuna, piccoli ritagli d’ombra. Ecco la curva, poi la discesa d’a’ Carrer, quindi il portone di destinazione, lasciato appositamente aperto.

Appena entrata, al riparo da quel caldo assurdo, di fronte a me si stagliava una scala particolarmente irta e dai gradini alti, troppo alti, almeno per me. Non sapevo come fare. Ero piccola, troppo, per poterli salire agevolmente. Eppoi, una volta su come li avrei potuti scendere? Sarebbe stato anche più difficile, mi dicevo. Forse avrei dovuto sedermi e lasciarmi scivolare così di gradino in gradino fin giù, come fanno i bambini per gioco. Si, forse questa era l’unica soluzione possibile. In ogni caso non potevo arrendermi dinanzi ad un problema così banale e, quindi, decisi di proseguire e di affrontare la situazione con coraggio.

Arrivata in cima, davanti ai miei occhi si aprì una grande sala con la volta a botte illuminata a giorno dalle due finestre laterali che rendevano la luce quasi divina, innaturale.  Di fronte, chiudeva la sala, un largo divisorio, nu’ spart’tur, alleggerito da vecchi vetri cattedrali di un verdino opaco. Al centro un lungo tavolo, messo per traverso e sopra …  sopra il tavolo il morto!

Non c’era nessuno, nessuno oltre al morto, si intende, né si udiva alcuna voce. Che fare? Nel guardarmi intorno avevo notato alcune sedie sia a destra che a sinistra dell’ingresso. Certo erano messe lì per ospitare le visite, mi dicevo. Seduta su di una di queste, avevo acconciato per bene la gonna del mio abitino per assumere una postura, diritta, in silenzio e “composta”, adeguata alla situazione.

Ma cosa dovevo fare? Non c’era nessuno tranne il morto, come si diceva, il quale, evidentemente, non avrebbe potuto né darmi udienza, né suggerirmi qualcosa in quanto morto. Mentre riflettevo sul da farsi, dalla vetrata fece capolino la testa di una donna non più giovane.

“Madò! … Sta nà criatur!! V’nite, v’nite!!” fece sollecitando chi si era ritirato dietro la vetrata, probabilmente per mangiare qualcosa, u’cumfort, o per riposare approfittando della quiete imposta dalla calura. Dopotutto chi poteva venire a ossequiare il morto a quell’ora! Nessuno ovviamente, tranne me, accidenti!

“Chi sei?” fece la donna. L’uso dell’italiano era d’obbligo. Se non mi conosceva, non poteva di certo parlare in dialetto ad una sconosciuta che stava lì seduta, diritta, in silenzio e “composta”.

“Sono la figlia del professore Salfi e sono venuta a fare visita al morto”. Dinanzi a tanta educazione e precisione di intenti la donna replicò ancora con maggior determinazione verso la vetrata “V’nite, v’nite!.. v’nite subb’t! ….”

Subito uscirono altre due o tre donne che, poste a corolla, intorno al morto cominciarono a piangerlo e a urlare al cielo, strappandosi i capelli, gradavano disperandosi per la perdita subìta ed enfatizzavano le innegabili  e, ormai, perdute virtù del deceduto.

Il cambio di condizione assolutamente repentino, le urla e i pianti delle donne avevano sconvolto il silenzio che c’era solo un attimo prima, ma soprattutto avevano sconvolto me che, con gli occhi sbarrati e increduli, assistevo a quella scena mai vista di lamentazioni. La prefica (praefica in latino) durò a lungo e le donne si espressero con generosità in lamenti, grida e innalzando continue odi al morto.

Non potevo muovermi né pensare con serenità alla fuga, viste le scale. Attesi  impietrita guardando ciò che succedeva sempre più stupita e attonita, ma senza celare emozioni perché così non si fa, già, soprattutto in tali occasioni. Contai lentamente i minuti e, valutato come congruo il tempo trascorso, dissi: “Beh adesso io me ne devo proprio andare”.

Le donne mi guardarono apprezzando il garbo, ringraziarono della presenza e mi consegnarono i saluti per mamma e papà. Il silenzio si riappropriò della scena e ognuno ritornò al suo posto. Loro dietro la vetrata finalmente  libere di riposare e io verso casa non dopo aver superato l’ultimo ostacolo delle scale che, a quel punto della situazione, era diventato il problema minore.

Anche questo era fatto, certo, ma che fatica diventare grandi!

 

Anna Salfi

Bernalda 24 agosto 2018