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Uno sguardo volto alla realtà. I «contratti di solidarietà espansiva» nella proposta di Piergiovanni Alleva

di Maria C. Fogliaro

Sebastian-Diaz-Morales_Maria-Munoz

Di fronte all’aumento vertiginoso della disoccupazione e alle gigantesche difficoltà di trovare o mantenere un lavoro stabile, all’assoggettamento degli occupati a condizioni di lavoro precarie e scarsamente tutelate, allo scollamento sempre più marcato tra vita e lavoro, in terra d’Emilia c’è chi non si arrende a quello che appare come il corso degli eventi, determinato sia dall’impatto della robotica e della automazione nel lavoro, sia dagli sviluppi del neoliberismo.

In questo rifiuto, che preconizza una ripresa dell’iniziativa da parte delle forze sindacali e politiche vicine al mondo del lavoro, sta il senso dell’incontro, coordinato da Alberto Leiss (giornalista), che si è tenuto il 22 giugno presso la Camera del lavoro di Bologna, nell’ambito della presentazione della nuova serie di «Critica marxista» pubblicata da Ediesse, la casa editrice della CGIL.

Come il titolo del dibattito – I contratti di solidarietà espansiva: una proposta di legge per la riduzione negoziata dell’orario di lavoro e lo sviluppo di nuova occupazione stabile e qualificata – lasciava presagire, si è discusso del progetto di legge presentato nel gennaio di quest’anno in Emilia-Romagna da Piergiovanni Alleva (giuslavorista e consigliere regionale del Gruppo assembleare L’Altra Emilia-Romagna), che ha individuato nel «contratto di solidarietà espansiva» – introdotto nel 1984 (legge n. 863 del 19 dicembre), e recentemente rilanciato dall’articolo 41 del decreto legislativo n. 148 del 14 settembre 2015 – lo strumento giuridico più adatto, se opportunamente corretto alla luce delle «vistose lacune della disciplina nazionale», per raggiungere un duplice obiettivo: ridurre la disoccupazione e migliorare le condizioni dei lavoratori già occupati, tramite una importante riduzione dell’orario lavorativo settimanale (portato a quattro giornate di lavoro per un totale di 32 ore a settimana) e di una piccola diminuzione del salario (l’8 per cento sulla busta paga – il resto, ai fini della compensazione, verrebbe dall’utilizzo del salario di ingresso per i neoassunti, del welfare aziendale e da uno specifico contributo della Regione -).

Poiché si tratta di un accordo sindacale aziendale e la decisione sulla riduzione dell’orario di lavoro deve, quindi, avere «carattere volontario, negoziato e contrattato», si è ritenuto opportuno – ha spiegato Alleva – saggiare prima di tutto la disponibilità dei lavoratori nei confronti del progetto di legge, organizzando un sondaggio scientifico che è stato rivolto a un campione rappresentativo dei lavoratori dipendenti (con contratto a tempo pieno e a tempo indeterminato) – ripartiti per età, sesso, reddito, mansione, titolo di studio – dell’Emilia-Romagna. I risultati, che rappresentano – come ha precisato Vittorio Martinelli (responsabile della ricerca per lo Studio MV di Modena) nel corso dell’incontro – una «valutazione iniziale rispetto alla proposta», hanno mostrato che il 55 per cento del campione (soprattutto giovani e laureati) è favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro ed è quindi disponibile a discutere la proposta, della quale «sono più che apprezzati il tema degli aspetti contributivi, la ricaduta occupazionale, il miglioramento della qualità della vita con un giorno libero in più». Si è registrata, invece, una fortissima diffidenza nei confronti dell’ipotesi che il 30 per cento della retribuzione prenda la forma di buoni acquisto o servizi, probabilmente percepita – ha detto Martinelli – come una interferenza nella libertà individuale di comportamento.

Per Alleva si tratta di «dati incoraggianti», perché – tenendo conto del fatto che in regione ci sono 160 mila disoccupati a fronte di due milioni di lavoratori dipendenti – «se la metà dei lavoratori dipendenti è favorevole ad accettare una riduzione del proprio orario di lavoro, allora il problema della disoccupazione sarebbe interamente cancellato». Pertanto su questa proposta, che deve continuare a essere oggetto di dibattito e migliorata con il prezioso contributo dei sindacati e degli altri attori sociali, «l’endorsement della CGIL – ha detto Alleva – è fondamentale».

La proposta, pur con rilievi critici che in parte sono stati già superati, è stata favorevolmente accolta da Giacomo Stagni (segreteria della Camera del Lavoro Metropolitana – CGIL Bologna), per il quale c’è bisogno di muoversi in controtendenza rispetto a quanto sta avvenendo nel mondo del lavoro e di «rilanciare una stagione di contrattazione inclusiva, nella quale – certamente – la riduzione di orario è un pezzo importante». Posizione condivisa da Maurizio Lunghi (segretario generale della CdLM- CGIL Bologna), il quale – intervenendo a margine dell’incontro – ha manifestato la disponibilità della CGIL bolognese a discutere nel merito una proposta che dovrà essere esaminata con il gruppo regionale della CGIL, e che rappresenta uno strumento prezioso da poter «mettere in campo sul piano delle politiche attive». Cominciando con delle «sperimentazioni concrete con le imprese», si può avviare un percorso virtuoso il cui duplice obiettivo deve essere il riassorbimento della disoccupazione strutturale che l’Emilia-Romagna, prima della crisi, non aveva mai conosciuto, e insieme la redistribuzione del lavoro a fronte delle trasformazioni tecnologiche in atto. È una sfida – ha detto Lunghi – che non può non essere colta.

Come sanno bene i sindacati – abituati a confrontarsi con la concretezza materiale delle vite delle persone -, lavoro, sviluppi della tecnica, disoccupazione sono fra le questioni chiave del nostro tempo. E anche se non è pensabile che si possa uscire dal pantano nel quale la crisi ha precipitato il Paese solamente per via economica, senza cioè un’analisi radicale dell’impatto complessivo della rivoluzione neoliberista sulla nostra società, il dibattito che la proposta di Piergiovanni Alleva sta innescando, e che vede coinvolti i principali attori sociali, politici, istituzionali dell’Emilia-Romagna (dai sindacati alla Chiesa alla Regione), può far ben sperare lavoratori e disoccupati, che – senza dover aspettare i «grandi investimenti» delle politiche nazionali – vi possono vedere la possibilità concreta di trovare un lavoro e, al contempo, di aprirsi a una vita più umana e civile.