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Dialogo su Ritorno a Confucio/11

di CHIARA GHIDINI e PAOLO SCARPI
(a cura di Amina Crisma, in collaborazione con www.inchiestaonline.it)

Prosegue con questo intervento di Chiara Ghidini e Paolo Scarpi il dibattito a cura di Amina Crisma sul libro di Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio, in collaborazione con www.inchiestaonline,it), I precedenti interventi di Umberto Bresciani, Marco Fumian, Ester Bianchi, Attilio Andreini, Giangiorgio Pasqualotto, Paola Paderni, Luigi Moccia, Ignazio Musu e Guido Samarani sono stati pubblicati nella rubrica “Osservatorio Cina” di questa rivista.

Chiara Ghidini è ricercatrice all’Università di Napoli “L’Orientale”, dove insegna Religioni e Filosofie dell’Asia orientale e Lingua e Letteratura giapponese. Ha conseguito il PhD all’Università di Cambridge, con una tesi sul Libro dei Morti di Orikuchi Shinobu. Ha scritto due monografie e diversi articoli sulla Storia culturale dell’Asia orientale in italiano, inglese e giapponese.

Paolo Scarpi insegna storia delle religioni, religioni del mondo classico e cultura e simbologia dei cibi all’Università di Padova. I suoi campi d’indagine principali sono le religioni antiche, la mitologia e le sue persistenze nel pensiero moderno e contemporaneo, l’ermetismo, la simbologia dei cibi, le abitudini e le tradizioni alimentari, i tabu e le scelte dei cibi. Ha pubblicato La fuga e il ritorno. Storia e mitologia del viaggio (1992) e Si fa presto a dire Dio. Riflessioni per un multiculturalismo religioso (2010). Ha curato,per la Fondazione Valla – Mondadori, Apollodoro, I miti greci (Biblioteca) (1998), Le religioni dei misteri, 2 voll. (2002), La rivelazione segreta di Ermete Trismegisto 2 voll. (2009, 2011).

P.S. – La Cina è lontana. Quella vicinanza a cui alludeva stranamente e utopicamente il film di Marco Bellocchio del 1967, La Cina è vicina, dal titolo di un libo di Enrico Emanuelli in cui il giornalista aveva registrato le sue note di viaggio e le sue corrispondenze, si è come dissolta con l’utopia e le speranze di quegli anni. Per questo il libro di Scarpari mi ha fatto pensare e credo che farà pensare chiunque abbia vissuto intensamente quel periodo ricco di attese e di cambiamenti che non sono mai arrivati, anche se della Cina questo qualcuno come me sa poco. Questo di Scarpari non è un libro da recensire come si fa di norma negli ambienti accademici o sui giornali, ma è, io penso, un libro da cui partire per affrontare temi e problemi che oggi stanno travolgendo e passando sopra le teste dei normali cittadini, senza che essi riescano a capirne le ragioni. Insomma, anche se è un libro con note e bibliografia, per fortuna non è un libro destinato ai sinologi mentre pone davanti anche a chi non conosce la realtà della Cina di ieri come di oggi la concretezza di una presenza che sta candidandosi a una leadership mondiale.

C.G. – Il film di Bellocchio parla certo molto più dell’Italia del tempo, tanto che in un’intervista lo stesso regista confessa che il titolo è piuttosto un pretesto (forse una provocazione) per parlare di giovani della provincia dai “volti consueti” e formulare una critica della società italiana. In ogni caso, la data che segnali, il 1967, riporta, in Cina, alla fondazione dell’effimera Comune del Popolo di Shanghai, inizialmente progettata sul modello della Comune parigina, e dunque, inevitabilmente, ai primi anni della Rivoluzione culturale, di cui nella “Cina” di oggi si rivedono segni. Vi è una moltitudine di suoni e immagini, caricati su youku (youtube cinese), filtrati dalle campane dell’orologio sul Palazzo della Dogana del Bund di Shanghai, che scandiscono la famosissima canzone L’Oriente è rosso (Dongfang hong東 方紅), o serviti dall’industria della ristorazione, con la nascita di ristoranti ricchi di piatti a tema, alcuni dei quali hanno filiali (paradossalmente) a Tokyo, quasi a suggerire il motto “svuotare la testa, riempire la pancia”…. Sarebbe interessante capire il nesso, se esiste, tra il “ritorno” a Confucio, personaggio che effettivamente ricompare in modo pervasivo nella sfera dell’educazione come in quella dello spettacolo, e l’eco, forse nostalgica, di una Rivoluzione con una forte e collettivizzante dimensione “estetica”, che risuona oggi nelle arie musicali ancora familiari a molti cinesi anziani, ma quasi del tutto estranee alle generazioni più giovani, che si ritrovano a cantarle senza capirne la sonorità politica. La strategia del consumo potrebbe costituire un fil rouge importante, ma su questo possono rispondere con più competenza gli studiosi che si occupano di Cina contemporanea e di media studies (mi viene in mente, tra questi, la collega Valeria Varriano).

P.S. – Il 2016 si è svegliato — era il 4 gennaio — con l’ansia e la preoccupazione provocata dal crollo della borsa cinese, che aveva perso il 30%. Nei due anni precedenti era però salita del 150%! In un articolo pubblicato su ”Il Sole 24 ore” del 29 novembre 2014 Jeffrey D. Sachs annunciava che l’economia cinese aveva “superato gli Stati Uniti come la più grande economia del mondo, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. E mentre lo stato geopolitico della Cina era in rapida crescita, insieme al suo potere economico, gli Usa continuavano a sprecare la propria leadership globale, a causa dell’incontrollata cupidigia delle élite politiche ed economiche e della trappola ‘self-made’ di guerra perpetua nel Medio Oriente.” Oggi intanto gli osservatori dei mercati finanziari temono possa ripetersi nel 2016 la crisi del 2015, coinvolgendo anche le economie emergenti, caratterizzate da una debolezza intrinseca. Singolare questo improvviso crollo dell’economia cinese, che arriva immediatamente dopo che Xi Jinping “ha aperto una stagione di grande espansione politica economica e culturale, tesa a generare un’immagine rassicurante della Cina e un’alternativa convincente all’egemonia statunitense”, come ci racconta nelle sue Conclusioni proprio Maurizio Scarpari. – Evidentemente la Cina oggi quale è, insieme alle trasformazioni a cui è andata incontro nel secolo scorso, non può essere ritenuta un fenomeno transitorio, frutto di provvisori momenti favorevoli, destinati a estinguersi rapidamente quasi fossero fuochi fatui evanescenti. Del pari è impossibile fare previsioni che non siano azzardate. L’esempio del Giappone è illuminante. Considerato il più spettacolare miracolo economico dopo la fine della 2° guerra mondiale, si era profetizzato che il 2000 desse inizio al “secolo giapponese”. Ma i fatti hanno smentito le previsioni. Forse perché il determinismo non funziona in economia come in generale nelle scienze umane, ma forse anche perché le previsioni economiche procedono da una visione impersonale che non tiene conto di interessi anche occulti che possono incidere pesantemente sulle scelte e sulle operazioni finanziarie.

C.G. – Mi è difficile affrontare tematiche strettamente economiche e lascerei volentieri la staffetta a chi ne ha competenza. Mi limito a riportare le parole di un sociologo cinese piuttosto influente, anche nell’accademia statunitense, Yang Fengang, per ricondurre il discorso in un campo che mi è meno estraneo. Secondo Yang, curatore di un libro dall’eloquente titolo State, Market and Religion in Chinese Societies, la rapida industrializzazione, l’urbanizzazione e quella che lui definisce una “complessiva democratizzazione” della Cina sarebbero aree di crescita che contengono una dimensione religiosa, se non altro perché esiste tra i cinesi il bisogno di trovare sollievo “spirituale”, soprattutto attraverso pratiche devozionali, e occasione di aggregazione sociale, magari nella forma dell’impegno laico, all’interno di una società soggetta da anni a rapidi e drammatici cambiamenti in termine di produzione, visibili, oltre che sul piano sociale, anche nell’alterazione del paesaggio urbano e naturale. L’intenzione di Yang, deducibile dai suoi progetti di ricerca, è quella di segnalare innanzitutto agli americani una diversificazione sul piano religioso in Cina più intensa di quanto si sia portati a pensare. Vero è che il tentativo –fallimentare o meno che sia– di far entrare monasteri e templi cinesi nello stock market e la loro visibile commercializzazione non appaiono dati particolarmente compatibili con la possibilità che siano proprio questi spazi religiosi a fornire il sollievo spirituale di cui parla Yang, e non solo lui.

P.S. – Ammesso che si possa parlare di un mondo diviso in due, tra Occidente e Oriente, senza per questo voler riproporre la fin troppo criticata dicotomia “ontologica” di Edward Said, ma piuttosto per semplificare e perché nell’immaginario collettivo la Cina appare come un “altro mondo” e “altro mondo” sono considerati i Cinesi nei nostri territori (cosa significa infatti per molti di noi le denominazione Chinatown?), molto di ciò che concerne il processo economico attuale, a cominciare dagli investimenti in Cina, mi sfugge, non lo capisco. Fatico a capire il senso di investire denari in Cina, quando tutti si lamentano della qualità dei prodotti cinesi. Non riesco a capire cosa sia ciò che non funziona in questo rapporto con la Cina: è l’Occidente, assatanato di profitto, cinico e imperialista, persuaso che la ricchezza, comunque acquisita, sia il segno della predestinazione divina, oppure è la Cina, che vuole imporsi, ma attraverso le regole del capitalismo occidentale, da molto tempo non più “etico”?

In questi giorni la New York Review of Books anticipa uno scritto di Orville Schell (Crackdown in China: Worse and Worse), che annuncia e proclama un nuovo pericolo dalla Cina, sostenendo che la leadership cinese, fatta esclusione per “when Mao still reigned and the Cultural Revolution still raged” non è mai stata “so possessed by Maoist nostalgia and Leninist-style leadership”. Ancora, sostiene Orvill Schell, “Xi [Jinping] urged people who work in the media to ‘enhance their awareness to align their ideology, political thinking, and deeds to those of the CCp Central Committee.’” E così, egli afferma, i media cinesi non ci hanno fatto sapere che “Hundreds of crosses have been ripped from the steeples of Christian churches, entire churches have been demolished, pastors arrested, and their defense lawyers detained and forced to make public confessions.”

E’ un’immagine della Cina, questa, che mi sorprende e che forse è il frutto di manipolazioni dell’informazione: del resto chi è Orville Schell? È l’Arthur Ross Director of the Center on U.S.-China Relationsat Asia Society in New York, per cui i commenti non servono. Mi pare invece più verisimile che la Cina, come scrive Scarpari, si sia resa conto del vuoto ideologico prodotto dall’avvio di politiche di mercato eccessivamente liberiste e dal frenetico sviluppo economico, che da un lato ha dato vita a un certo benessere ma dall’altro ha creato squilibri e gravi diseguaglianze. Di conseguenza si è resa indispensabile la scelta di elaborare un nuovo sistema di valori in grado di dare risposte ai problemi concreti come alle spinte etiche, morali e spirituali  provenienti da una considerevole parte della popolazione. E questo ha comportato del pari la necessità di recuperare un’etica di governo, eliminando evidentemente la corruzione, e dunque “mosche, tigri e volpi”, come si legge nell’appendice del libro di Scarpari e che invece per Orville Schell è l’ “enormously ambitious initiative to purge the Chinese Communist Party of … corrupt officials and businessmen both high and low”. Quali siano le reali intenzioni di Orville Schell nel parlare dell’attuale svolta cinese, Xi Jinping mostra di avere un obiettivo etico molto alto: promuovere gli elementi essenziali della cultura, del sapere scientifico, delle concezioni filosofiche, etiche ed estetiche di cui la civiltà cinese si è resa artefice e che ne sono il patrimonio attuale. Così facendo Xi Jinping si propone di far recuperare alla Cina la sua identità culturale, insieme ai propri ideali e valori. Il fine è quello di costruire una nuova moralità, e sia pure socialista (ma che male ci sarebbe?), capace di mettere assieme i principi del socialismo con lo spirito umanistico del confucianesimo, una moralità che parli il linguaggio dell’uomo e non soltanto dell’economia, della solidarietà e non dell’individualismo, per sconfiggere corruzione e strapotere castale, per dare spazio (si spera) a talento e merito.

Questo ritorno all’umanesimo implica, attraverso la parola stessa umanesimo, un appello a un sistema fondato sul passato e sulla tradizione, che come ci spiega Scarpari, coincidono con il confucianesimo, in un intreccio che mescola insieme tradizione, storia e classicità, intese come complesso dinamico di etica ed estetica, formatosi nel corso del tempo, canonizzato, ma in realtà mai fossilizzato. E’ un intreccio dinamico che può ricordare le fughe nella musica barocca, o le fughe architettoniche sempre di quell’epoca fascinosa e irripetibile, che ha le sue radici nel Rinascimento italiano, il quale era a sua volta decollato in seguito al ripensamento umanistico della classicità greca e latina. Non a caso Scarpari ci mette di fronte a una falsa dicotomia, aprendo un paragrafo con la domanda “Rinnovamento o Rinascimento?” in cui descrive l’era del nuovo sogno cinese. I due termini non sono in realtà in contraddizione, ché ogni rinascita implica un rinnovamento, e dunque anche la rinascita del confucianesimo comporta un rinnovamento. Del resto ripensare le proprie radici è fondamentale per predisporre il proprio futuro, perché il classico si fonda sul passato, concerne il presente e offre un’idea del futuro.

Questo processo di rinnovamento e di ripensamento delle proprie radici, dove il sistema cultura entra in gioco anche ai fini dell’esercizio del potere (e questo è innegabile), oggi appare a un occidentale ancor più fascinoso se pensiamo che l’occidente, dominato dall’utilitarismo e dalla logica del profitto (anche Max Weber, tutto sommato, si indignerebbe), sta perdendo di vista la sua storia, se un capo di governo come David Cameron, per esempio, al David Letterman Show del 26 settembre 2012 non ha saputo dire in che consisteva la Magna Charta, se i suoi giovani sono persi dietro ai tablets, ai telefonini, agli smartphones e confondono Rinascimento con Risorgimento, se i politici fanno ricoprire dipinti come la Verità di G.B. Tiepolo o, in tempi più recenti, i nudi delle statue esposte ai Musei Capitolini in occasione della visita di Hassan Rohani, oppure rinunciano al vino e a qualche salume in tavola, per non offendere l’ospite. Certo, l’Italia è un paese cattolico e benché il cattolico abbia la possibilità di consumare qualunque cibo, guidato esclusivamente dal senso della misura, tuttavia, come scrive San Paolo nell’Epistola ai Romani, «è bene non mangiare carne, né bere vino, né compiere altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi». Ma dubito che in quelle occasioni i nostri politici e governanti avessero in mente le parole del cristianissimo San Paolo, e non piuttosto si preoccupassero invece del banale interesse di non perdere qualche commessa, rinunciando a salvaguardare la dignità del il nostro patrimonio culturale.

C.G. – Il libro più famoso di Said, che risale agli anni ’70, è tuttora “controverso”, ma non credo vada iper-semplificato. Né va trascurato che è un libro che nasce, almeno in parte, come reazione intellettuale al conflitto del Kippur del 1973, ma anche dalla biografia e dal tipo di formazione dell’autore. Certo, il discorso di fondo del libro di Said ha un collegamento saldo con la questione coloniale, ma ne andrebbe evidenziato anche l’aspetto che riguarda la rappresentazione  letteraria e artistica dell’ ”Oriente” (India, Egitto, Siria, per es.), stereotipicamente fissata  in un repertorio ripetitivo, e artificialmente immobile, di immagini. Lascerei dunque da parte il discorso su una “ovvia” dicotomia ontologica saidiana, che a me pare molto meno scontata, e anzi articolata e problematizzata attraverso un discorso storicamente fondato.

Tornando alla Cina, Xi Jinping, guida morale che esaudirà il grande sogno cinese, è autore di un libro interessante, The Governance of China (谈治国理政 Tan zhiguo li zheng), che contiene le linee della sua agenda politica, mirata a una forte centralizzazione dell’autorità, e usa un linguaggio definito in un articolo di Benjamin Carlson su The Atlantic “neo-leninista”.  Mi rendo conto che la propaganda in atto in Cina — in cui sono inclusi il focus su un Confucio del nuovo millennio e su alcuni classici definiti confuciani (come il Xiaojing 孝經, il Classico della “pietà filiale”), nonché il ritorno di interesse nei confronti di una certa pedagogia cinese influenzata da John Dewey, il “Secondo Confucio”– può apparire quasi un miraggio a chi, come te, guarda alla politica culturale e alla cultura politica italiana con preoccupazione e tristezza, quasi con disarmata rassegnazione. Basta non dimenticare che si tratta di propaganda governativa, forte e capillare. L’idea, o meglio il progetto, è costruire un’immagine, nazionale e internazionale, di Cina confuciana, una visione strategica che ricorda le dinamiche di fine Ottocento e che, come afferma Scarpari, si può estendere a tutta l’Asia orientale, ma non va dimenticato che la Cina non è un blocco monolitico né tantomeno monoetnico, che le opportunità e le vicissitudini delle diversità etniche, così come di quelle sociali, andrebbero valutate con attenzione, e che i programmi di riforma sono spesso da intendere piuttosto come programmi di gestione delle forti contraddizioni sociali. Questo per non abbandonarsi con occhi troppo ingenui all’incantesimo del sogno cinese di Xi Jinping.

Infine, il tuo scetticismo sulle analisi di Schell è comprensibile. Andrebbe in ogni caso preso in considerazione l’incremento di “fedeli” cristiani in Cina, nelle zone urbane, ma anche in quelle più periferiche. E anche l’ampia pubblicazione e circolazione della Bibbia. In Cina la Bibbia in cinese è pubblicata dal Consiglio cristiano cinese (Zhongguo Jidujiao Xiehui 中国基督教协会), un’organizzazione protestante riconosciuta dal governo, ed è stampata dalla Amity Press di Nanchino, che è, a detta di Christianity Today, la più grande casa editrice mondiale per la pubblicazione della Bibbia. Con il fiorire dello e-commerce, tuttavia, oggi le bibbie possono essere facilmente acquistate anche online su siti popolari come Taobao.com.

La presenza cinese in Italia meriterebbe un discorso a parte, così come quello sul concetto di Chinatown e sull’applicazione, azzardata o opportuna, di quest’ultimo nel nostro paese.

P.S. – Oggi è vero che anche la Cina (che non ha un Papa cattolico a ricordarglielo) si è resa conto che l’attuale modello capitalistico è senz’anima, vuoto, avvitato sul profitto a tutti i costi. Ma vorrei sapere perché questo modello è stato adottato. In India con il Capitalismo si è rafforzato il sistema delle caste e l’India è in oriente il più potente alleato degli Stati Uniti; il Giappone ha cominciato il suo processo di occidentalizzazione nella seconda metà dell’ ‘800, ma con quali risultati? Nel 1935, in Libro d’ombra, Junichiro Tanizaki si era infatti chiesto “Se di fronte all’Occidente, avessimo adottato sin dall’inizio un atteggiamento meno servile, oggi non solo indosseremmo altri abiti, mangeremmo altri cibi, abiteremmo altre case, ma diverse sarebbero anche la nostra politica, la nostra religione, la nostra arte, la nostra economia. Tutto sarebbe altro, e orientale”.

C.G. – Ancor prima di Tanizaki, che scrive quello cui fai riferimento negli anni della mobilitazione nazionalista e imperialistica, Natsume Sōseki, considerato lo scrittore Meiji per antonomasia, in una voce del suo diario datata al 1901, paragona le pratiche culturali volte all’occidentalizzazione sotto l’egida di una modernità da acquisire velocemente alle reazioni che seguono a un improvviso allarme antincendio: l’allarme ti desta, ma i movimenti, affrettati, sono automatici e poco lucidi. Insomma, un’occidentalizzazione (seiyōka西 洋化) che, a dire di Sōseki, non era stata adeguatamente metabolizzata. Poi, certo, possiamo chiederci cosa sarebbe accaduto se questo processo non ci fosse stato, se il Giappone non avesse avuto l’occupazione americana… ma forse è più utile guardare alla storia effettiva, piuttosto che soffermarsi troppo sulla nostalgia (nostra o di Tanizaki) per ciò che non è stato e ipotizzare itinerari alternativi che non si sono percorsi.

Parli del modello capitalistico e della sua adozione in Asia orientale e meridionale. Storicamente, il termine “capitalismo” fu reso in cinese col neologismo zibenzhuyi 資本主義 poco più di un secolo fa, ma non è che alla Cina la cultura del profitto fosse sconosciuta. In ogni caso, la questione del capitalismo, magari di un sinocapitalismo?, andrebbe affrontata con esperti del campo, per evitare che si finisca nel buco nero del “tuttologo orientalista”.

P.S. – Altro problema che mi pongo, da persona del tutto ignorante non solo per quanto concerne la Cina, ma l’intero mondo orientale, è come possiamo capire noi occidentali universi così lontani, con sistemi concettuali e linguistici difficilmente riducibili ai parametri occidentali. Già il concetto di religione, che è il prodotto della cristianizzazione di un vocabolo latino, non sembra trovare in Cina qualcosa di analogo. E gli innumerevoli sforzi sin qui fatti, a cominciare da Matteo Ricci, che era un gesuita, sono state tutte forme di riduzione al modello cristianocentrico.

C.G. – A volte mi suona poco comprensibile il tuo “noi occidentali”, che recepisco come una categoria stabile e ben delineata in cui faccio fatica a riconoscermi… La questione relativa al termine zongjiao 宗教, mediato dal giapponese shūkyō e usato per tradurre la nozione di “religion” intesa come religione organizzata, è stata affrontata in vari studi, anche di recente. Il proselitismo cristiano (cattolico e protestante, con le dovute variazioni su tema), il tentativo di cristianizzazione del buddhismo mahāyāna (cfr. Timothy Richard), ma anche l’uso da parte di una élite cinese del modello cristiano nella costruzione di progetti più o meno utopici tra Otto e Novecento sono tutti aspetti che ruotano intorno alla presenza euro-americana e cristiana nella Cina tardo-imperiale, al rapporto complesso con l’impero giapponese e allo sviluppo della Cina come stato-nazione moderno. L’intraducibilità di cui parli ha i suoi punti di accesso, o almeno così preferisco credere. Penso a un testo come il Zhuangzi, che ha avuto una immensa fortuna anche fuori dall’Asia orientale, e, in tempi più recenti, all’opera di Lu Xun, scrittore amato da Mao che di lui arrivò a dire: “Se Confucio era il saggio della Cina feudale, Lu Xun dovrebbe essere considerato il saggio della Cina moderna”. Non nego che ci siano difficoltà linguistiche e concettuali, ma suppongo non siano necessariamente e unicamente “cross-culturali”.

P.S. – Ma che vuol dire ritornare a Confucio e ritornare all’umanesimo? Certo il bene del popolo è il fine ultimo dell’azione politica, come scrive Scarpari, e così pure il governo opera per il bene del popolo, ma ecco che il popolo, almeno a quel che leggo nel filosofo Mencio citato da Scarpari, non ha però potere decisionale. Chi governa del consenso del popolo ha bisogno e dal popolo è mantenuto, ma il popolo non può decidere del proprio bene. Da un certo punto di vista è un po’ la visione che emerge dal Protagora di Patone, dove il tecnico (technites, architetto) non può operare scelte politiche a vantaggio del popolo. Per ottenere il consenso del popolo bisogna conquistarne il cuore, e poi si può arrivare alla condivisione con il popolo, ma è questo il ritorno all’umanesimo? In una prospettiva irenica e pitagorica (per noi occidentali), gli intellettuali devono governare perché il popolo non è in grado di scegliere e di distinguere. Ma la prospettiva che la Cina di oggi presenta, forse utopicamente, è l’idea di approdare a una società armonica, dove nessuno è escluso, perché l’esclusione genera conflitti, tensioni e violenze.

C.G. –Nel 2013 Xi Jinping, promotore di una Nuova Via della Seta, ha citato Confucio in un incontro coi funzionari del Partito, asserendo: “Colui che governa attraverso la virtù è come la Stella Polare: mantiene il suo posto, e la moltitudine di astri le rende omaggio”. Un’affermazione, questa, che riverbera di autorità centrale – la sua. La riverenza dei sottoposti è la “naturale” conseguenza di un governo virtuoso e di un presidente forte che fa rispettare le leggi e l’ordine (non è un caso che Xi citi anche gli antichi legisti Han Fei e Shang Yang), sorvegliando cittadini e netizen e incoraggiando pratiche di autocensura. Le citazioni dai classici di Xi Jinping sono state raccolte nel mese di maggio del 2014 all’interno del People’s Daily (Renmin ribao 人民日报), commentate e divise in sei tematiche generali: “apprendimento” (weixue 为学), “coltivare la moralità” (xiushen修身), “virtù dei funzionari” (guande官德), “Tutto Sotto il Cielo” (Tianxia天下), “fondamenti del popolo” (minben 民本) e  “princìpi di governo” (zhili 治 理). La varietà delle citazioni è tale che risulta difficile parlare di riferimenti scontati: all’analisi delle selezioni operate dal Presidente, quindi, la competenza sui classici, nello specifico quella di Scarpari, può tornare utile, anche per meglio esplorare il nuovo “senso” che Xi imprime alle parole dei saggi del passato. La dimensione autoritaria in “zio” Xi s’intreccia con quella paternalisticamente benevola del “genitore del popolo” (min zhi fumu民之父母), ed è in questa combinazione che sembra svilupparsi, almeno nei discorsi politici, il rapporto tra Partito e Popolo.

CHIARA GHIDINI e PAOLO SCARPI

(a cura di Amina Crisma, in collaborazione con www.inchiestaonline.it)