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Lavoro nero

 

 

 

 

 

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In attesa di un ulteriore Decreto attuativo ex legge 183/2014, che andrà a istituire l’ “Ispettorato nazionale del lavoro”, integrando in questo modo i servizi ispettivi del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail, sono stati resi noti, a fine agosto 2015,  i dati relativi al servizio ispettivo dell’anno 2014 e del primo semestre 2015, dati che sarebbero passati in silenzio se la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro non avesse redatto un Comunicato Stampa.

I non addetti ai lavori hanno letto così che, nonostante una Legge di Stabilità 2015 che prevede agevolazioni contributive “a cascata” per le aziende che assumono o stabilizzano a tempo indeterminato e la semplificazione del licenziamento delle “tutele crescenti”, nel primo semestre 2015 sono stati individuati 31.394 lavoratori totalmente in nero nelle 106.849 aziende ispezionate, pari al 29,38% della totalità dei lavoratori in forza nelle aziende medesime: in media, in ogni tre aziende verificate si incontra un lavoratore completamente sconosciuto agli istituti.

Il dato, se pur leggermente più favorevole rispetto all’anno 2014 (77.387 lavoratori in nero su 221.476 aziende ispezionate, il 34,94% sul totale) è in linea con le rilevazioni statistiche degli anni precedenti, segno che il ricorso al lavoro sommerso è nel DNA di molte realtà economiche e che la minaccia ispettiva non è un deterrente.

A conti fatti si stima che i 2.100.000 lavoratori in nero muovono 42 miliardi di euro in retribuzioni mentre l’evasione in contributi ed imposte è pari a 25 miliardi all’anno, l’1,5% del PIL.

I soli numeri non sono sufficienti a fornire il quadro del vizio sostanziale del mercato del lavoro in Italia: quest’economia sommersa e parallela a quella “legale” pesa fortemente sulle dinamiche salariali e sindacali,   sulle politiche sociali e fiscali e vanifica ogni possibile politica industriale di medio e lungo termine.

L’economia “informale”, generata dal lavoro irregolare, sfugge in tutto o in parte al controllo della contabilità dello Stato: ha il suo punto di forza nell’uso dei contanti, nella flessibilità negativa della forza lavoro, nella mancanza del rispetto delle elementari norme di sicurezza e, in alcuni settori produttivi, come l’Edilizia e l’Agricoltura, ha connivenze molto strette con la criminalità organizzata.

Spesso commentatori e politici frettolosi suggeriscono drastiche misure repressive nei confronti delle aziende irregolari. Costoro ignorano che il nostro ordinamento prevede già  sanzioni pecuniarie pesantissime che vanno dalla chiusura temporanea dell’azienda al pagamento di una penale per ogni giorno di lavoro irregolare effettuato dal lavoratore in nero (la cd maxi sanzione). Sanzioni troppo onerose producono meno regolarizzazioni del previsto in quanto il ricorso giudiziale è prassi comune: per assurdo, multe più accessibili o, almeno in linea con il fatturato aziendale, potrebbero essere oggettivamente pagate evitando il contenzioso e creando un reale deterrente a proseguire nel comportamento illegale.

Un esempio? L’artigiano edile che ha alle proprie dipendenze 1 solo lavoratore in nero da un mese paga la stessa sanzione pecuniaria di un’azienda con 10 dipendenti regolari e con 1 solo dipendente in nero. Analoga situazione è diffusa nel lavoro domestico: la sanzione per il lavoro irregolare di colf e badanti pesa sulle famiglie più di quanto possa pesare sulle aziende, prosciugando i risparmi di una vita.

Sono le aziende sane che vengono danneggiate dalla concorrenza sleale delle aziende irregolari e il “nuovo” servizio ispettivo non pare essere diverso dal precedente.

Mirella Di Lonardo

Bologna agosto 2015