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Chiesa e politica in Italia al tempo delle grandi migrazioni

di Maria C. Fogliaro

Basilica di San Pietro 1

Nessun sole si è alzato ad allontanare l’inverno del nostro scontento, e mesta è l’estate che volge al termine. Nuove inquietudini, insicurezza, paura dilagano in gran parte dell’Europa, e la politica – in questa fase storica – appare priva di nerbo e strategia, completamente inadeguata a governare le sfide del presente. Le turbolenze internazionali e l’estrema povertà di intere regioni del mondo stanno producendo movimenti di popoli probabilmente inarrestabili, le cui dimensioni paiono tanto preoccupanti da far dire al Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che «i profughi impegneranno l’Europa anche più della crisi greca e della stabilizzazione dell’euro». Contemporaneamente, i sistemi democratici, indeboliti nello spirito e svuotati nelle procedure, si dimostrano incapaci di agire – anche con azioni congiunte – nei confronti della crisi migratoria, e faticano a contrastare i populismi e il loro portato razzista.

In Italia, sul tema dell’immigrazione, la politica e, soprattutto, quelle forze che per fini elettorali fanno leva sulla parte più spaventata della società italiana che rifiuta gli immigrati hanno incontrato un potente e, forse, imprevisto ostacolo. Le recenti durissime prese di posizione del segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), Nunzio Galantino, rappresentano, infatti, una delegittimazione integrale e irrecuperabile del corso politico attuale, e devono essere lette alla luce del nuovo rapporto fra la Chiesa italiana e la politica voluto da Papa Bergoglio, che sta smantellando l’intero sistema di relazioni consolidato dai suoi predecessori.

Storicamente, nel corso della «prima repubblica» la Chiesa ha operato in un contesto di sostanziale collaborazione con il potere costituito, ottenendo benefici economici, esercitando la propria influenza culturale e morale, e interferendo nel processo legislativo dello Stato italiano. Le masse cattoliche erano elettoralmente troppo importanti, e i partiti politici – con l’eccezione dei radicali – hanno sempre evitato attacchi frontali alla religione, limitandosi a polemizzare, estemporaneamente e parcamente, con i vescovi.

Questo circuito che collegava la gerarchia ai partiti e – attraverso la mediazione dei parroci – al popolo è stato ripreso, durante il pontificato di Wojtyla, da Berlusconi e Ruini nel perseguimento di obiettivi differenti. Il Capo del governo italiano, interessato solo al potere in quanto tale, auspicava da parte dei vescovi un appoggio politico pubblico nonostante lo stile della propria condotta pubblica e privata; in cambio, l’allora presidente della CEI riusciva a strappare privilegi economici e leggi restrittive delle libertà individuali in nome dei cosiddetti «principi non negoziabili», perseguendo un ideale di restaurazione della ‘società cristiana’ con l’appoggio dei «teo-con» berlusconiani, a loro volta impegnati a strumentalizzare, a fini di politica laica, la teologia politica del Cardinal Ruini.

Il nuovo pontificato inaugurato da Jorge Mario Bergoglio spezza questo circuito: la Chiesa italiana deve cambiare e l’azione della CEI deve avere un’ispirazione non più “politica”, ma “pastorale”. Va corretta la linea sociale della conferenza, in sintonia con le posizioni di un pontefice che nomina apertamente le contraddizioni del capitalismo e si scaglia contro l’individualismo aggressivo che mette al centro della società il mercato, al quale Francesco contrappone la dignità dei lavoratori (non del lavoro) e il valore della famiglia. È la fine dell’èra Ruini e dell’arroccamento della Chiesa sui temi bioetici, e l’inizio di una nuova fase nelle relazioni fra Chiesa e politica la cui cifra è la neutralità nei confronti del governo, qualunque sia la sua estrazione politica. Il nuovo orientamento della Chiesa – fatto in sé positivo – tende a vedere la politica come parte del problema e sembra voler esprimere, anche attraverso i messaggi diffusi da molti vescovi, quel sentimento popolare di malessere che allontana i cittadini dalle istituzioni.

Parallelamente, dall’altra sponda del Tevere, l’attuale Presidente del Consiglio italiano sembra essere poco interessato al tema dei valori cristiani e la questione delle relazioni con la Chiesa è da lui valutata esclusivamente in chiave di rapporti di potere. Di fatto, è la fine del lunghissimo rapporto costantiniano – inaugurato dal Concordato nel 1929 – della Chiesa col potere politico.

La vera novità, nello scenario politico delle ultime settimane, è l’inusitata violenza verbale con cui un partito politico – la Lega Nord – si sta scagliando contro la Chiesa sul tema dell’immigrazione. Mai dal dopoguerra, nella storia politica d’Italia, un partito aveva osato sfidare le gerarchie apertamente, fare battaglia politica su un tema strategico contro i vescovi e pensare di vincere. Oggi, invece, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha deciso di fare della Chiesa il proprio bersaglio preferito, aprendo un fronte con le gerarchie sul tema dell’immigrazione e mettendo in campo non l’arsenale tipico dell’anticlericalismo di vertice, o laico, ma la convinzione di interpretare il comune sentire anche dei parroci, oltre che del popolo, del Nord-Est, trasformando così un grave problema politico in un grave problema religioso.

L’episcopato italiano non è certamente tutto sulla linea di Galantino (soprattutto la componente ruinian-bagnaschiana), ma l’ex vescovo di Cassano allo Ionio, chiamato a Roma da Bergoglio, risponde – scavalcando tutte le gerarchie interne – direttamente al Papa ed è, pertanto, una delle figure chiave del nuovo corso voluto da Francesco. Aprendo la polemica con i vescovi, la Lega pensa di usare in modo egemonico il problema della pressione delle ondate migratorie – esercitata su una società impoverita e disabituata alla cultura democratica –, e di candidarsi così alla guida della destra italiana, spiazzando definitivamente Berlusconi, mentre il resto della politica – PD e Forza Italia, in primis – cerca di buttare acqua sul fuoco, stigmatizzando, al massimo, il «giudizio generalizzato, che non sa distinguere» che il vescovo italiano darebbe sulla direzione politica attuale.

In realtà, la polemica Salvini-Galantino, con piena consapevolezza da entrambe le parti, ha aperto in Italia un nuovo cleavage. Non è ancora chiaro se quello che è, ormai palesemente, il partito dello status quo (il PD) riuscirà/vorrà dare avvio a una nuova fase della politica italiana. Quel che è certo è che Galantino e Salvini si candidano a essere, per la forza delle idee – opposte, ovviamente – delle quali sono portatori, due veri protagonisti della politica, in mezzo alla palude.