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Quanto resta della notte?

 

L’articolo raccoglie e sviluppa le riflessioni e l’intreccio di dialoghi emersi dall’incontro dal titolo «Riforma elettorale e riforma del Senato. Uno strappo al sistema democratico?», organizzato – il 7 marzo 2015 – presso la Camera del Lavoro Territoriale di Reggio Emilia, dall’Associazione reggiana per la Costituzione, dall’ANPI e dalla CGIL reggiane.

 «Quanto dura la notte? È dai tempi di Isaia che ce lo chiediamo» – afferma, non senza un amaro filo d’ironia, Carlo Galli, filosofo politico e deputato della Repubblica,  intervenendo, insieme a Danilo Barbi, della segreteria nazionale della CGIL, e a Giovanni Notari, partigiano e presidente dell’ANPI di Reggio Emilia, all’incontro dal titolo «Riforma elettorale e riforma del Senato. Uno strappo al sistema democratico?», organizzato – il 7 marzo 2015 a Reggio Emilia – dall’Associazione reggiana per la Costituzione – rappresentata per l’occasione da Rina Zardetto –, dall’ANPI e dalla CGIL reggiane, e moderato dal giornalista Gabriele Maestri.

Dietro questa domanda si nasconde tutta la complessità di un passaggio epocale per la vita della Repubblica. È vero, questa è una storia che parte da lontano. Risale al fallimento del sistema dei partiti della cosiddetta prima Repubblica, crollato sotto i colpi di Tangentopoli; risiede nel passaggio dal fordismo al post-fordismo – che ha cambiato i modi di produzione economica e spianato la strada alla marcia trionfale del capitale –; si è nutrita della trasformazione dello spazio politico globale determinato dalla fine della guerra fredda.

Il cambiamento nel modo di produzione capitalistico, la fine dei «trenta gloriosi» e del compromesso socialdemocratico, la crisi dello Stato rappresentativo e dei concetti sui quali si fondava la politica moderna (primi fra tutti, l’individuo e la rappresentanza, e il rapporto interno-esterno), la fine della fase espansiva del capitalismo e l’inizio di quella neoliberale, la crisi dei partiti e il risorgere in nuove forme del vecchio antiparlamentarismo – che in Italia ha solide radici –: tutti questi fattori, che sono fra le questioni cruciali del nostro tempo, sono stati lo sfondo principale del percorso di riflessione che ha visto impegnati interlocutori fra loro certamente diversi – per prospettive e biografie personali – e che, anche grazie alle loro differenze, sono riusciti a fare chiarezza e a portare ordine all’interno di un dibattito pubblico non sempre comprensibile e spesso confuso.IMG_0650

È nella complessità di questo contesto che deve essere collocato il percorso italiano verso le riforme, che non sono altro che misure orientate a far sì che «l’Italia – come afferma Carlo Galli – sia inserita, in modo omogeneo, all’interno dello spazio politico-economico europeo, che è retto da linee di pensiero e da pratiche riconducibili  alla teoria economica e sociale chiamata ordoliberalismo».  Inquadrata all’interno di questa teoria economica – nota anche come «economia sociale di mercato» e con questa definizione entrata nei trattati istitutivi dell’Unione Europea –, la marcia a tappe forzate del nostro Parlamento per approvare in tempi rapidi le riforme si riveste di nuovi significati e la contrapposizione vecchio-nuovo – leitmotiv del discorso pubblico già dai tempi del governo Monti – si mostra, in realtà, come parte integrante di un progetto politico più ampio e ben articolato, che nasce dalla reazione di una parte del mondo intellettuale tedesco (soprattutto cattolico) alle crisi che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale: la crisi del 1929 e quella del 1933.  Alla base di tale progetto vi è, dunque, un’idea di stabilizzazione della società, dalla quale deve essere espunto il conflitto e allontanata ogni forma di pensiero che non sia «conforme», e nella quale la politica deve garantire l’ordine necessario al buon funzionamento del mercato, mentre lo Stato – in questa costruzione – deve essere uno «Stato forte», in grado di intervenire in maniera ordinativa sul mercato, se necessario.

In Italia il potere economico, il potere mediatico e il potere politico si sono saldati – con la fine del IV governo Berlusconi, nel 2011 – in un blocco compatto a sostegno del progetto di riforma ordoliberale, che nel nostro Paese si regge – spiega ancora Carlo Galli – su tre assi fondamentali: riforma del lavoro (Jobs Act), riforme costituzionali (riforma del Senato e del Titolo V), riforma della legge elettorale (Italicum.2) – alle quali devono essere aggiunte, per completare il quadro, la riforma della giustizia e la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo –.  L’intera costruzione, fondata sui parametri dell’equilibrio di bilancio (inserito in Costituzione nel primo e nel quarto comma dell’articolo 81), della concorrenza e dell’espulsione del conflitto, mira – come è stato detto a più riprese nel corso della discussione – a un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo a scapito del legislativo e a un ritorno verso una nuova forma di centralizzazione dello Stato (riforme costituzionali); alla fluidità della forza lavoro e alla sua spoliticizzazione, facendo del lavoro non più una questione sociale e politica – come stabilito dall’art. 1 della Costituzione –, ma soltanto una questione individuale e privata (Jobs Act); alla semplificazione del sistema elettorale e del sistema politico, che passa dalla dissoluzione della funzione di mediazione dei partiti – che storicamente si era realizzata in quella che Pietro Scoppola aveva efficacemente definito la «Repubblica dei partiti» –, sostituita dal rapporto diretto fra il leader politico e la società – intesa come cittadini – (Italicum.2).

Messe insieme queste riforme danno come risultato un governo forte, un sistema politico accentrato, un sistema sociale fluido e subalterno rispetto alle esigenze del mercato, preannunciando, così, il passaggio da un sistema democratico fondato sulla centralità di un Parlamento sovrano a un ordine diverso, del quale non conosciamo ancora pienamente la forma, ma del quale possiamo intuire i connotati principali, caratterizzati dallo scivolamento verso una forma di rappresentanza plebiscitaria, leaderistica e ipermediatica. La trasformazione è già in atto, e tuttavia il processo non è privo di contraddizioni – come ha recentemente dimostrato il dibattito sollevato dall’emendamento, presentato alla Camera da Carlo Galli il 13 febbraio scorso, sulla deliberazione dello stato di guerra da parte del Parlamento, che ha mostrato come l’introduzione di un sistema elettorale come l’Italicum.2 possa produrre sbilanciamenti, anche involontari, sulla Costituzione, che è stata pensata per essere gestita attraverso un sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza. «L’Italia – ha concluso Galli – ha bisogno di riforme, e tuttavia la direzione verso la quale condurre il Paese deve essere scelta anche sulla base della tradizione italiana, perché la storia conta».

Anche per Danilo Barbi sono necessarie le riforme, che devono andare insieme a grandi cambiamenti nell’economia da realizzare, però, seguendo una direzione alternativa rispetto a quella scelta dalle istituzioni europee e seguita dai governi italiani. È necessario, per Barbi, fermare le politiche di austerità, promuovendo una politica espansiva. A questo proposito, la CGIL ha presentato una proposta che ha chiamato «Piano del lavoro», che deve avere come sponda una nuova politica economica – in Italia e in Europa – e una seria riforma della finanza, perché – afferma sempre Barbi – «non si esce dalla crisi affidandosi al mercato, quando è il mercato ad aver generato la crisi».

Parlando, poi, di modifiche istituzionali, la CGIL ha assunto già da diverso tempo – a partire dalla vittoria del referendum contro la devolution nel 2006 – una posizione precisa sui temi in discussione, ma «noi della CGIL – dice Barbi –, pur ammettendo che le riforme costituzionali non si fanno a colpi di maggioranza per principio, siamo molto più preoccupati dal combinato disposto fra riforma elettorale e riforme costituzionali, che delle modifiche costituzionali in sé». Pur comprendendo la paura che nasce dai pericoli del «voto fatale», la riforma del Senato, ad esempio, non è vissuta come un problema in sé. Diventa un problema se associata a una legge elettorale come quella che il Parlamento si accinge ad approvare. «È necessario, pertanto, – prosegue Barbi – che si riapra una discussione e si riesca a bloccare quella che è una forzatura delle forzature».

Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo è rappresentato dalla rottura dei rapporti tradizionali fra il sindacato e la sinistra storica in tutti i Paesi d’Europa, forse con la sola eccezione dei Paesi del Nord Europa (Svezia e Danimarca). Il sindacato tedesco, che storicamente – pur avendo nelle grandi aziende un potere importante di condizionamento vero – si è occupato solo di contrattazione, adesso, dice Barbi, a causa della crisi e dell’austerità, ha assunto anche una funzione politica.  «Il sindacato italiano, invece, – prosegue Barbi – ha sempre fatto politica. L’egemonia dei partiti di massa sui sindacati in Italia è stata solo una parentesi, che ha caratterizzato i rapporti politico-sindacali negli anni Sessanta e Settanta». Quindi, il sindacato in Italia fa politica, perché storicamente ha sempre fatto politica.

A questo punto, sollecitati da una nuova consapevolezza e persuasi che la questione oggi stia nella negazione del rilevo politico del lavoro e del conflitto, il problema del «che fare?» si pone con un certo grado di urgenza.  La politica si struttura attraverso dislivelli di potere, che la visione politica dominante tende invece a negare per poter relegare il conflitto – nato proprio per riequilibrare i rapporti di potere – nell’ambito del «non conforme». La questione è politica e interpella tutte le forze di sinistra, soprattutto quelle presenti all’interno del Parlamento, mettendo alla prova la loro capacità di assumere credibilmente delle decisioni che giustifichino la propria esistenza. Se non ci si abbandona al pensiero che ormai «non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede», allora una scelta è sempre possibile e doverosa, una scelta che riporti al centro la rappresentanza politica del lavoro, la sua rivalutazione come centro e cuore della società, e insieme ad essa la difesa di quella che del lavoro, fin dal suo primo articolo, è stata la massima garanzia: la Costituzione repubblicana.

Nel suo appassionato intervento, Giovanni Notari ha ricordato – citando Calamandrei – come la Costituzione sia nata sul sacrificio e anche sulla pelle di chi ha lasciato la vita durante la resistenza e che – anche se fosse arrivato il momento per una sua modifica nelle parti ormai non più in linea con i tempi – nessuno ha il titolo di sfregiarla nel suo impianto. Nell’affrontare il tema della riforma della nostra Carta costituzionale, sarebbe doveroso tenere presente il monito che viene da chi quella Storia l’ha scritta, comportandosi in modo da far sì che i tempi dell’oggi siano all’altezza di quelli di ieri.

Bologna 10 marzo 2015